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Studio fisioterapia e riabilitazione – Bergamo

Author: Francesco Gotti

Tre domande sulla cifosi

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In questo articolo vogliamo approfondire le 3 domande sulla cifosi che ci vengono rivolte più spesso.

La prima: cos’è la cifosi?

La colonna vertebrale è formata da 33 vertebre così distribuite:

  • 7 cervicali,
  • 12 dorsali,
  • 5 lombari
  • 5 calcificate sacrali,
  • 4 calcificate coccigee.

Vista sul piano sagittale la colonna è curvilinea, alterna un tratto in lordosi e uno in cifosi. Quest’ultima ha la convessità posteriore, mentre la lordosi ha la convessità anteriore. L’alternarsi delle due curve permette alla colonna di sostenere meglio il peso del capo e degli arti e dona flessibilità ed armonia ai movimenti del tronco.

La zona cervicale è in lordosi, quella dorsale in cifosi, la zona lombare riprende la lordosi mentre quella sacro-coccigea è in cifosi. Ogni tratto ha la sua mobilità e la zona dorsale, a causa delle caratteristiche anatomiche delle vertebre e al fatto che s’articola con la gabbia toracica, è molto stabile. Per questo motivo è il segmento della colonna che tende ad “irrigidirsi” se non facciamo movimento, per esempio stando a lungo in posizione seduta.

Seconda domanda: qual’è la differenza tra ipercifosi e atteggiamento cifotico?

L’ipercifosi o dorso curvo è una problematica correlata alla crescita ossea vertebrale, le vertebre dorsali tendono a perdere le loro caratteristiche morfologiche; in particolare il corpo vertebrale perde la sua forma a “cubetto” e s’assottiglia anteriormente assumendo la tipica forma a cuneo.

Ne è esempio la malattia di Scheurmann: problematica dell’età evolutiva, interessa maggiormente i maschi in adolescenza, ed è caratterizzata da ipercifosi dovuta ad un processo d’osteocondrosi dei corpi vertebrali. Per confermare la diagnosi è necessaria una radiografia laterale della colonna che evidenzi un incuneamento anteriore uguale o maggiore di 5° di tre o più corpi vertebrali consecutivi.

Anche le donne in menopausa possono soffrire di dorso curvo: i cambiamenti ormonali insieme ad alcuni fattori di rischio, come il fumo o l’assunzione di farmaci cortisonici, influenzano il metabolismo osseo portando il corpo vertebrale ad assottigliarsi e, in alcuni casi, ad assumere la forma a cuneo tipica dell’ipercifosi.

I sintomi sono molto variabili, possono essere completamente assenti oppure ci sono dolore e rigidità a livello della colonna vertebrale dorsale e, abbastanza tipico, la tendenza al facile affaticamento.

L’atteggiamento cifotico è invece un atteggiamento posturale. Il test clinico per differenziarlo dal dorso curvo è la possibilità di raddrizzare il tratto dorsale attivamente: se la colonna, grazie alla contrazione dei muscoli paravertebrali, viene riportata in estensione, siamo di fronte ad un atteggiamento cifotico; se questo movimento è molto limitato o addirittura impossibile siamo di fronte ad un’ipercifosi.

Le attività che svolgiamo e le posture mantenute a lungo influenzano l’atteggiamento della colonna vertebrale.

Terza domanda: cosa posso fare per la mia cifosi?

Per rispondere a questa domanda vi raccontiamo la storia di Anna, 65 anni, che da molto tempo soffriva di dolore toracico; soprattutto quando manteneva a lungo una posizione, sia da seduta durante il lavoro a maglia o mentre leggeva, ma anche durante il cammino, se il tempo della camminata superava la mezz’ora.

Il dolore era definito da Anna come una morsa stringente nella zona scapolare, centrale ma più intenso a sinistra. Durante l’esame fisico abbiamo verificato la presenza di dorso curvo e notato che il braccio sinistro aveva difficoltà nei movimenti attivi, specialmente nell’elevazione anteriore; difficoltà confermata anche da Anna, la quale non aveva mai pensato che il dolore dorsale e la debolezza del braccio sinistro potessero avere una correlazione.

Abbiamo impostato un percorso terapeutico composto da 3 sedute di terapia manuale e tecarterapia per recuperare la mobilità del rachide dorsale e per ridurre il dolore; seguite da 3 sedute d’esercizio terapeutico e consigli d’ergonomia per recuperare la funzionalità del braccio sinistro e per avere degli strumenti d’auto-gestione della propria schiena. Al termine di queste sedute il dolore era scomparso e il braccio sinistro forza e mobilità e, cosa molto importante, Anna aveva maggiore consapevolezza della sua schiena e aveva imparato come mobilizzare la colonna dorsale in autonomia con dei semplici esercizi

Tecarterapia

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La Tecarterapia è una terapia fisica ad alta tecnologia, è una radiofrequenza capace di generare un processo di biostimolazione attraverso il quale è possibile accelerare la guarigione dei tessuti in fase acuta, sub-acuta e cronica riducendo il dolore e l’edema.
Nelle condizioni sub-acute e croniche la biostimolazione può essere combinata con un effetto termico profondo, questa combinazione aumenta sensibilmente il flusso sanguigno e fornisce una grande quantità di sostanze nutritive e ossigeno necessari alla riparazione dei tessuti bloccati in uno stato di non guarigione.
Alcuni esempi d’utilizzo:
  • Post-operatorio,
  • Strappi muscolari,
  • Distorsioni,
  • Stiramenti,
  • Promozione della guarigione della frattura,
  • Riduzione del dolore e dell’edema,
  • Tensione muscolare,
  •  Lombalgia,
  • Cervicalgia,
  • Osteoartrite.

Per approfondire i principi fisici e biologici di questa terapia vi consigliamo la lettura di questo articolo molto interessante:

https://www.fisioterapiaitalia.com/tecnologie/tecarterapia/

L’applicazione della Tecarterapia può essere associata alla terapia manuale e all’esercizio terapeutico per sfruttare al meglio gli effetti biologici indotti dal macchinario e trasformarli in miglioramenti funzionali e di performance motoria.

Anche nella gestione del dolore la tecarterapia offre un valido aiuto, riducendo la tensione muscolare consente un recupero più rapido del movimento disfunzionale.

In fase acuta dimostra la sua efficacia nel recupero da una lesione grazie alla possibilità d’utilizzo in modalità atermica, questa modalità assicura un processo di biostimolazione senza aumentare la temperatura dei tessuti che è controindicata in questa fase.

Nello sportivo viene usata anche per la fase di recupero post competizione e per prevenire lesioni muscolari e da stress; viene integrata nel percorso di cura del paziente sportivo per:

  • ottimizzare la guarigione,
  • ridurre il dolore,
  • aiutare il recupero,
  • migliorare le prestazioni sportive.

Come avrai capito la Tecarterapia è uno strumento di cura molto efficace se usato in modo mirato e specifico, nel nostro studio utilizziamo questa tecnologia in modo individualizzato, a seconda delle necessità terapeutiche e della condizione clinica del paziente.

Contattaci se hai bisogno d’ulteriori informazioni.

La stenosi lombare: sintomi e trattamento

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La stenosi lombare: sintomi e trattamento

Con stenosi lombare si fa riferimento ad un restringimento del canale vertebrale e/o dei forami intervertebrali del rachide lombosacrale.

Le alterazioni degenerative della colonna possono esercitare una pressione sulle radici nervose, prima che queste fuoriescano dai forami intervertebrali; per questo motivo la stenosi lombare è una causa comune di lombosciatalgia nelle persone di mezza età e anziane.

I livelli del rachide più frequentemente coinvolti sono L3-L4 e L4-L5.

Per fare una diagnosi di stenosi lombare è necessario raccogliere la storia clinica del paziente e la sintomatologia attraverso un’accurata anamnesi. Inoltre sono indicate delle indagini radiologiche per avere la conferma: la TAC e la RMN sono utili per definire la tipologia e il grado di stenosi.

La stenosi può essere centrale laterale e, in quest’ultimo caso, interessare la zona d’entrata, la zona interna o la zona d’uscita della radice nervosa.

Se il diametro osseo antero-posteriore del canale vertebrale è inferiore a 10 mm si definisce la stenosi assoluta, mentre se è tra i 10 e i 12 mm la stenosi è relativa. Il diametro osseo antero-posteriore normale è maggiore di 14 mm.

Cosa può provocare questo restringimento?

Le strutture che vanno incontro a degenerazione nella colonna vertebrale sono diverse, vediamo quali possono contribuire alla stenosi del canale:

  • l’artrosi del canale vertebrale,
  • la riduzione dell’altezza del disco, con o senza protrusione,
  • l’ipertrofia della faccetta articolare,
  • l’ipertrofia del legamento giallo,
  • l’accumulazione di stress meccanico soprattutto a livello del rachide dorsale,
  • la spondilolistesi,
  • gli osteofiti del piatto vertebrale,
  • l’erniazione del disco con compressione della radice contro il peduncolo superiore.

La classificazione della stenosi lombare si divide in:

  1. stenosi congenita-evolutiva ( 3,3% ), può essere idiopatica, cioè senza una causa, o acondroplastica dovuta ad un disturbo genetico della crescita;
  2. stenosi acquisita ( 96,7% )di tipo:
  3. degenerativo ( 73% dei casi ),
  4. combinata,
  5. spondilolistesica/spondilolitica,
  6. iatrogena ( post-intervento chirurgico ),
  7. post-traumatica,
  8. eterogena ( morbo di Paget, fluorosi ).

Come si presentano i sintomi della stenosi lombare?

I sintomi più frequenti sono dolore, parestesie, claudicatio motoria e perdita di forza negli arti inferiori.La comparsa dei sintomi è, all’inizio, sfumata e non chiara; la progressione è lenta. Gli uomini sono maggiormente interessati rispetto alle donne e la fascia d’età in cui si presenta questo disturbo è tra i 50 e i 70 anni. Può essere presente dolore lombare in genere diffuso, che s’irradia ad un gamba, spesso ad entrambe. In associazione può essere presente la sindrome delle gambe senza riposo, sindrome neurologica che si manifesta soprattutto di sera e durante il sonno, caratterizzata da un’irrequietezza degli arti inferiori, prurito e parestesie.

Il dolore agli arti inferiore è presente anche di notte, mentre il risveglio è caratterizzato da rigidità e difficoltà  a muoversi; i sintomi e la rigidità migliorano con movimenti leggeri, mentre un aumento di carico eccessivo sullo schiena o movimento troppo intenso fanno peggiorare i sintomi. Anche il cammino in discesa o in pianura fa aumentare i sintomi, mentre camminare in salita allevia i dolori. Questo perché la pressione epidurale nel canale vertebrale è maggiore in discesa, mentre diminuisce in salita. I sintomi migliorano anche in posizione seduta, e in tutte le posizioni che portano il rachide lombare in flessione.

Un tipico disturbo della stenosi lombare è la claudicatio neurogena intermittente, ossia la difficoltà nel cammino, con la necessità d’interrompere la marcia e sedersi a causa dei dolori negli arti inferiori, dolori che iniziano prossimali e scendono verso la gamba.

È necessario fare una diagnosi differenziale con la claudicatio intermittente di tipo vascolare: in quest’ultima i sintomi non vengono influenzati dalla posizione della schiena, il dolore si presenta da distale a prossimale e c’è un miglioramento mettendosi in piedi e camminando in discesa; la postura non influenza il dolore e gli arti inferiori presentano problemi di trofismo cutaneo e perdita di peli. Il polso periferico è debole.

Esiste una scala di valutazione per la claudicatio neurogenica: la neurogenic claudicatio outcome score nella quale si valuta l’impatto funzionale di questo disturbo nella vita della persona.

  1. Quanta distanza riesci a coprire prima d’avere la necessità di fermarti?
  2. Quanto a lungo devi star seduto prima di poter ricominciare a camminare?
  3. Quanto tempo puoi stare in piedi prima di sentire il bisogno di sederti?
  4. Quali sintomi si presentano e in quali attività della vita quotidiana?
  5. Quanto tempo devi stare seduto per fare passare i sintomi?

Queste domande ci permettono di capire la rilevanza dei sintomi e di monitorarne l’andamento nel tempo. Inoltre possiamo valutare la capacità funzionale della deambulazione e, in seguito, l’efficacia del trattamento anche attraverso il treadmill test: test di cammino sul tapis roulant nel quale rileviamo l’inizio dei sintomi, la distanza totale percorsa e il motivo per cui il paziente interrompe il test.

Di fondamentale importanza è saper riconoscere precocemente i segnali d’allarme per la sindrome della cauda equina, sindrome neurologica di competenza medica che necessita d’urgenza chirurgica; se è presente perdita di sensibilità/formicolio all’interno della coscia o ai genitali ( anestesia a sella ), intorpidimento nella zona del retto o dei glutei, sensazione alterata quando si utilizza la carta igienica, incontinenza urinaria, disfunzione erettile e perdita di sensibilità ai genitali; se dovesse manifestarsi una combinazione di questi sintomi è necessario contattare immediatamente il medico per accertamenti specifici.

Quale trattamento è indicato per la stenosi lombare?

Dipende dal quadro clinico del paziente e dalla gravità e stabilità dei sintomi. Diversi studi, tra cui quello di Johnsson et al ( 1992 ) hanno valutato l’evoluzione spontanea della stenosi lombare in pazienti con un diametro antero-posteriore del sacco durale inferiore a 12 mm per un periodo di 49 mesi e non hanno trovato prove di un serio peggioramento; concludendo che, se non è presente dolore insopportabile o un peggioramento dei sintomi neurologici, il trattamento conservativo non chirurgico è da preferire.

Inoltre sono da tenere in considerazione i fattori clinici predittivi di uno scarso risultato post-chirurgico:

  • diabete,
  • coxartrosi,
  • fratture pregresse al rachide lombare,
  • precedente intervento chirurgico lombare,
  • fattori psicologici.

Il trattamento della stenosi lombare può essere di tipo:

  • farmacologico ( antidolorifici/anti.infiammatori, iniezioni epidurali, calcitonina );
  • chirurgico ( decompressione, decompressione più fusione in combinazione con faccettettomia mediale );
  • fisioterapico.

Il trattamento fisioterapico è composto da tre step:

  1. la mobilizzazione: mobilizzare in flessione il segmento interessato dal restringimento del canale per dare più spazio alle strutture nervose e diminuire i sintomi; mobilizzare le articolazioni vicine ( anca e rachide dorsale ) per mantenere libertà di movimento nella attività di vita quotidiana e diminuire lo stress sulla zona lombare; mobilizzazione neurale per migliorare la flessibilità.
  2. Esercizi di auto-gestione dei sintomi, di auto-mobilizzazione e ergonomia. Questo step è di fondamentale importanza per mantenere i risultati ottenuti in studio; una volta compreso i movimenti che migliorano i sintomi è bene ripeterli a domicilio e utilizzarli proprio come un farmaco da assumere come prevenzione e cura del dolore. Non solo gli esercizi ma anche l’ergonomia è un valido aiuto per questi pazienti: dormire sul fianco con un cuscino fra le gambe e le gambe raccolte vicino al petto, sedersi sul divano tenendo i piedi appoggiati su uno sgabellino, stare in stazione eretta appoggiando un piede su un sgabellino per sgravare la zona lombare dall’estensione, soprattutto se bisogna stare in piedi a lungo, al supermercato appoggiarsi al carrello mentre lo spingete; e,  soprattutto, familiari e amici lasciateli stare in una postura un pò flessa senza intimarli di raddrizzarsi, questa postura è funzionale ad aprire il canale vertebrale e ad avere maggiore beneficio sul dolore.
  3. Esercizi di fitness generale per migliorare la vascolarizzazione e la capacità motoria individuale. Motion is lotion ( traduzione il movimento è un toccasana ) questo slogan ormai è assodato e vale anche in questo caso: camminare con i bastoncini di nordic walking in leggera salita, un giro in bicicletta, nuotare ( no a rana ), fare giardinaggio; insomma essere attivi aiuta sia il nostro encefalo a modulare meglio il dolore, sia le nostre strutture nervose a ricevere nutrimento che le nostre articolazioni a invecchiare meno; tutto questo si traduce in un maggiore benessere psico-fisico.

Crampi alle gambe: fattori di rischio e prevenzione

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I crampi alle gambe sono contrazioni muscolari involontarie ed improvvise, che si verificano durante o dopo un’intensa attività fisica. Possono presentarsi anche di notte, generalmente i muscoli interessati sono il polpaccio, i muscoli del piede e quelli posteriori della coscia.

Il crampo muscolare è una contrazione totalmente forzata e involontaria di un muscolo, che lo rende incapace di allungarsi e rilassarsi, causando un indurimento palpabile e visibile del fascio muscolare. Sono estremamente comuni, si manifestano maggiormente nell’adulto e diventano più frequenti con l’avanzare dell’età; l’incidenza è maggiore nelle donne e nelle persone anziane, se a 60 anni il 33% della popolazione può soffrire di crampi, dopo gli 80 anni la percentuale è del 50%.

Le donne in gravidanza soffrono di crampi notturni, soprattutto nel secondo e terzo trimestre di gestazione. Hanno durata variabile: da pochi secondi a qualche minuto e possono ripresentarsi più volte fino a quando spontaneamente regrediscono.

I fattori di rischio per i crampi sono:

  • età,
  • disidratazione,
  • gravidanza,
  • fattori metabolici sfavorevoli: diabete, disturbi a carico di nervi, fegato e tiroide.

Le persone che rientrano in queste categorie di rischio hanno maggiore probabilità di soffrire di crampi muscolari. Ora vediamo quali possono essere le cause scatenanti:

  • cattiva circolazione sanguigna nelle gambe,
  • sforzo muscolare eccessivo in un’attività fisica intensa come il calcio e la corsa,
  • muscoli rigidi che fanno fatica ad allungarsi,
  • fatica muscolare
  • disidratazione,
  • sforzo eccessivo a temperature elevate,
  • carenza di magnesio e/o potassio,
  • nervo compresso a livello del collo e della schiena,
  • malattie renale.

Per approfondire le cause è consigliata la lettura di questo articolo:

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/crampi-alle-gambe-perch-e-cosa-fare/

Per prevenire i crampi alle gambe è buona abitudine mangiare alimenti ricchi di vitamine e magnesio ( mandorle, noci e banana ), bere molto soprattutto durante l’attività fisica, e mantenere i muscoli elastici con semplici esercizi d’allungamento.

L’allenamento terapeutico e il movimento sono due preziosi alleati per prevenire l’insorgere dei crampi.

Ma quali esercizi?

Sono efficaci come prevenzione questi esercizi:

  1. In posizione sdraiata appoggio gli arti inferiori sulla parete e, lentamente, con le gambe distese, muovo i piedi verso il basso alternando prima un lato e poi l’altro;
  2. In posizione seduta sopra il letto, una gamba allungata e una sul bordo del letto piegata, con una salvietta tra le mani afferro il piede della gamba allungata sul letto e, lentamente,  lo porto verso il tronco, flettendomi in avanti;
  3. In piedi davanti ad un tavolo ( se è troppo basso metto un cuscino sul tavolo ), appoggiato sui gomiti tengo le gambe estese e con una base d’appoggio ampia sposto il peso del corpo avanti e indietro entrando e uscendo dalla sensazione di tensione agli arti inferiori.

Eseguiti mattina e sera, una decina di ripetute per esercizio possono essere un valido aiuto nella cura dei crampi e un’ottima attività preventiva.

Per un disturbo persistente vi invitiamo presso il nostro studio per una valutazione accurata e una piano terapeutico personalizzato.

Esercizio 1

Esercizio 2

Esercizio 3

Esercizio 3

La tallonite: quali cause e quali soluzioni?

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La tallonite è un’infiammazione che colpisce la parte posteriore del piede, più precisamente la zona del tallone; come per tutte le problematiche muscolo-scheletriche sono presenti dei fattori di rischio, vediamo quali sono:

  • gli sport dove c’è un impatto con il terreno prolungato per esempio il salto in alto, la corsa, il volley, la danza etc…;
  • l’obesità, il peso eccessivo può appiattire  la volta plantare aumentando il sovraccarico sulla parte posteriore del piede;
  • il piede piatto o al contrario il piede cavo;
  • l’età superiore ai 50 anni, sia a causa delle alterazioni morfologiche del piede che per una diminuzione del tessuto connettivo protettivo in questa zona;
  • la fibrosi dei tessuti molli sotto il piede, le lesioni o le operazioni al tendine d’Achille;
  • la Sindrome di Lyme;
  • l’artrite e le patologie reumatiche;
  • il sesso femminile, che ha un incidenza maggiore rispetto a quello maschile probabilmente per la tendenza ad indossare scarpe alte con il tacco, strette e con scarso supporto plantare.

I sintomi sono un forte dolore nella zona del tallone, a volte di un piede, ma può presentarsi ad entrambi. Il dolore è più intenso al risveglio e al mattino, mentre si affievolisce durante la giornata; può essere presente anche a riposo ma il contatto con il terreno lo intensifica.

È una condizione patologica molto comune, il dolore può essere sia pulsante che lancinante e, soprattuto al mattino, rende quasi impossibile l’appoggio del tallone con conseguente difficoltà nella deambulazione. Trattare e risolvere i dolori ai talloni è fondamentale perché i piedi sono la base portante del nostro corpo e i principali protagonisti quando siamo in stazione eretta, mentre svolgiamo le innumerevoli attività della vita quotidiana.

A livello anatomico nella parte posteriore del piede troviamo il calcagno che, insieme all’astralago( piccolo osso sottostante l’articolazione della caviglia ), funge da fulcro stabilizzante e di sostegno per il piede e, nello stesso tempo, permette il mantenimento dell’equilibrio attraverso dei  micro movimenti d’assestamento. Per fare un’accurata diagnosi valuteremo tutte le strutture collegate a questa zona, sia dal punto di vista anatomico che neurodinamico e funzionale.

Tuttavia le cause più comuni del dolore al tallone sono la fascite plantare e l’infiammazione al tendine d’Achille. La fascite plantare è un’infiammazione della fascia che avvolge l’arco plantare del piede e che si estende dalla base del tallone alle dita dei piedi; ci sono condizioni predisponenti a questo problema:

  • piedi piatti o, al contrario, troppo arcuati;
  • indossare a lungo calzature a pianta stretta e senza supporto plantare;
  • obesità.

La tendinite d’Achille è l’infiammazione del tendine d’Achille, un tendine grande e robusto che s’inserisce sulla parte postero-superiore del calcagno. La causa di questa infiammazione è di solito lo stress meccanico al quale viene sottoposto il tendine durante delle attività ad alto carico ( corsa o allenamento intenso ) senza avere preparato il tendine al carico con un allenamento adeguato.

Altre cause possono provocare dolore al tallone, per un approfondimento ti invitiamo a leggere l’articolo:

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/dolore-ai-talloni/

Cosa possiamo fare per prevenire il dolore al tallone:

  • indossare calzature con un buon supporto plantare, adatte all’attività fisica da svolgere;
  • caricare correttamente le strutture le piede, preparandolo allo sforzo con degli esercizi mirati;
  • prima dell’allenamento o della camminata riscaldare i muscoli del piede, magari mobilizzando la fascia plantare con una pallina da tennis;
  • allungare i muscoli posteriori del polpaccio dopo l’attività;
  • adottare una dieta sana ed equilibrata per evitare peso eccessivo sulle articolazioni degli arti inferiori;
  • dormire 7/8 ore la notte.

In caso di dolore acuto è necessario ridurre le attività in carico per permettere alle strutture di recuperare, applicare il ghiaccio 3 volte al giorno per 10 minuti e, se il dolore è intenso, assumere anti-infiammatori non steroidei orali ( in questo caso è sempre meglio consultare il medico per frasi indicare quali FANS sono più indicati ).

In studio, dopo la valutazione, gli strumenti che utilizziamo per migliorare questa problematica sono:

  • terapia manuale, per armonizzare il movimento e mobilizzare il piede;
  • tecarterapia, per ridurre l’infiammazione tessutale e favorire il recupero;
  • Taping per sostenere il piede e ridurre lo stress sulle strutture;
  • plantari termoplastici personalizzati per migliorare l’appoggio e sostenere il piede durante il cammino;
  • esercizi terapeutici mirati al recupero del carico e della funzionalità del piede e della attività fisica desiderata;
  • piano d’esercizi da svolgere a domicilio per mantenere il risultato ottenuto insieme.

Il piede è fondamentale per il movimento, prenditene cura insieme a noi.

Studio Fisioterapia e Riabilitazione Bergamo

La riabilitazione post Covid-19

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Riabilitazione malattia respiratoria COVID-19

Nella fase di recupero dopo una polmonite da COVID-19 possono persistere i sintomi respiratori (fiato corto o dispnea, fatica) e sintomi muscolari (debolezza, dolore muscolare ed articolare …) che compromettono l’esecuzione delle normali attività di vita quotidiana.

Gli esercizi respiratori e di ricondizionamento allo sforzo possono essere utili per ristabilire un corretto equilibrio muscolo-scheletrico e per mantenere i volumi polmonari.

Sono inoltre utili per velocizzare il recupero verso la normale vita quotidiana.

CHI NON PUÒ FARE ESERCIZI RESPIRATORI E DI RIATTIVAZIONE MOTORIA?

Chi presenta:

  • Polmonite in fase acuta
  • Cardiopatia ischemica
  • Aritmie
  • Ipertensione non controllata
  •  Scompenso cardiaco
  • Grave insufficienza respiratoria

Cosa devo sapere prima di svolgere questi esercizi?

  1. Se dovessero comparire vertigini, fatica eccessiva e dispnea (la sensazione di fiato corto) riposa.
  2. Se dovessi sentire dolore al petto, palpitazioni, tachicardia prolungata fermati e chiama il medico.

Esercizi respiratori

1. Esercizio da supino a bocca aperta

In posizione supina a gambe piegate, prendere aria dal naso profondamente e una volta arrivati alla massima espansione trattenere l’aria per circa due secondi e lentamente espirare (buttare fuori l’aria) a bocca aperta come per appannare un vetro.

Ripetere per 3 volte e riposarsi per circa 30” tra una ripetizione e l’altra.

TIENI IL MENTO VERSO IL TORACE (NON ESTENDETE IL COLLO) IN POSIZIONE SUPINA STAI ATTENTO A NON INARCARE LA SCHIENA.

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2. Esercizi respiratori con le braccia

In posizione supina a gambe piegate, fate una profonda inspirazione e contemporaneamente portate le braccia verso l’alto.
Mentre le braccia sono sollevate, trattenete al massimo il respiro, e quando le braccia scendono espirate lentamente e profondamente.

Ripetere per 2 volte e riposarsi per circa 30” tra una ripetizione e l’altra.

IN POSIZIONE SUPINA STAI ATTENTO A NON INARCARE LA SCHIENA, TIENILA SEMPRE ADERENTE AL MATERASSINO.

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