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Studio fisioterapia e riabilitazione – Bergamo

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L’instabilità cervicale, come riconoscerla.

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Ti riconosci in questa descrizione?

  • Hai timore quando devi muovere il collo;
  • il dolore cervicale è inspiegabile: fai lavori attivi pesanti o attività sportiva e non senti nulla, eppure, a volte, basta uno sbadiglio o fare retromarcia in auto per scatenare forte dolore cervicale;
  • la sera il collo è molto stanco ed hai come la sensazione che si rompa.

Se la risposta è si il tuo problema potrebbe essere l’instabilità cervicale funzionale.

Il sistema stabilizzante
Il sistema stabilizzante cervicale è formato da tre sottosistemi che collaborano tra loro:

  • sottosistema passivo composto dal disco intervertebrale, dall’orientamento delle faccette articolari, dall’integrità della capsula articolare e dei legamenti;
  • sottosistema attivo composto dai muscoli e dai tendini;
  • sottosistema neurale di controllo deputato alla coordinazione dell’attività muscolare da parte del sistema nervoso.

La stabilità funzionale
Per ottenere la stabilità funzionale tutti e tre i sottosistemi devono collaborare in modo ottimale, e lievi deficit di un sottosistema possono essere compensati dagli altri due mantenendo un carico fisiologico nelle strutture cervicali.

Cause dell’instabilità cervicale
I deficit del sottosistema passivo possono essere causati da un trauma, per esempio un incidente in auto, nel quale una struttura legamentosa viene troppo tesa o addirittura lacerata.
Oppure dei microtraumi ripetuti ( attività sportive o lavorative dove c’è molto carico sulla testa ) possono portare ad una generazione articolare con aumento del gioco della stessa articolazione.
Se gli altri due sottosistemi sono in grado di controllare la disposizione delle vertebre una sopra l’altra con un carico fisiologico non compaiono sintomi.

L’insorgenza dei sintomi
Ma se, per esempio, avete avuto un colpo di frusta nel passato e non è stata indagata la stabilità dei legamenti cervicali; potrebbe, a distanza di tempo, presentarsi un quadro clinico d’instabilità cervicale con dolore e difficoltà nel controllo della testa nei movimenti di flesso/estensione dovuto all’inibizione del sottosistema attivo della zona cervicale sottostante divenuta ipomobile.

Screening segni midollari e insufficienza vertebro-basilare
In caso di instabilità cervicale nel segmento C1-C2 è importante valutare la presenza di segni midollari come:

  • incertezza nella deambulazione;
  • tendenza ad inciampare o improvviso cedimento delle ginocchia;
  • atassia;
  • parestesie nelle piante dei piedi che possono irradiare lungo la gamba assumendo la forma di un calzino;
  • perdita di controllo degli sfinteri.

Il trattamento per questo quadro d’instabilità cervicale è l’intervento chirurgico di stabilizzazione vertebrale.
Delle traslazioni anormali nel rachide cervicale medio e/o una rotazione eccessiva nel rachide cervicale alto possono compromettere il flusso nel sistema vertebro- basilare.

Questo a livello clinico si traduce con l’insorgenza dei seguenti sintomi:

  • Disfagia ( disturbi della deglutizione );
  • Diplopia ( vedere doppio );
  • Dizziness ( vertigine );
  • Disartria ( disturbi di pronuncia );
  • Drop attacks ( perdita improvvisa del tono muscolare senza perdita di coscienza ).

L’insorgenza delle 5D di Coman è patognomonica per la presenza d’insufficienza vertebro-basilare.

La vertigine artogena cervicale
L’input propriocettivo, che proviene dal rachide cervicale alto, ha un’influenza importante sul sistema dell’equilibrio.
Da questo ne consegue che alterazioni di questo input possono portare a vertigini. Questa vertigine artrogena cervicale ha le seguenti caratteristiche cliniche:

  • non è una vera vertigine rotatoria, viene descritta come una leggera incertezza nella deambulazione;
  • si presenta singolarmente, senza le 5D di Coman;
  • può essere influenza in modo consistente dai movimenti del collo;
  • se viene eseguito un movimento provocante, la vertigine si presenta senza nessuna latenza;
  • se il movimento provocante viene mantenuto per alcuni secondi l’intensità delle vertigine ha la tendenza a diminuire;
  • la vertigine, se è causata dal rachide cervicale, può migliorare con il trattamento del collo.

Valutazione
La valutazione dell’instabilità cervicale funzionale si compone di diversi momenti, inizia con l’ispezione dove si osservano la posizione della testa e del collo, rispetto alle spalle e rispetto al rachide toracico; poi seguono i movimenti attivi dove si valutano i sintomi, la quantità e, soprattutto la qualità dei movimenti, la capacità di controllare la testa durante tutto l’arco di movimento, in modo particolare durante l’estensione ( guardare verso l’alto ).
Prosegue con la valutazione dei movimenti passivi intervertebrali fisiologici per valutare la mobilità intersegmentale in una direzione di movimento e verificare l’ampiezza di movimento, l’insorgenza dei sintomi, l’insorgenza di uno spasmo protettivo, la resistenza; seguono i test specifici per l’integrità dei legamenti e la valutazione dei movimenti passivi intervertebrali accessori per verificare la congruenza del quadro clinico e definire la presenza d’instabilità in uno o più segmenti del rachide cervicale.
Inoltre valutiamo il controllo muscolare dei flessori profondi del collo attraverso il test graduato della flessione cranio-cervicale e della muscolatura scapolo-toracica tramite il test funzionale del trapezio inferiore.

Trattamento
Il trattamento consisterà, in base alla valutazione, nella mobilizzazione delle articolazioni ipomobili vicine all’articolazione instabile per ridurre lo stress sull’articolazione instabile; una cauta mobilizzazione dell’articolazione instabile dolente in grado di fornire un input non nocicettivo per calmare il dolore.
Di fondamentale importanza saranno gli esercizi per migliorare la stabilità muscolare e il controllo senso-motorio della testa adattati al disturbo funzionale specifico della persona.
Gli esercizi verranno proposti anche a domicilio e durante l’attività lavorativa/ sportiva per ottimizzare il recupero della stabilità muscolare e trasferire il miglioramento clinico nelle attività funzionali della vita quotidiana.

L’infiammazione cronica di basso grado: cos’è, come si manifesta e cosa fare per evitarla

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La risposta infiammatoria è coinvolta sia nelle condizioni acute che croniche ed è simile alla risposta immunitaria.

L’infiammazione acuta

Dopo un trauma la risposta infiammatoria è una fase importante del processo di guarigione, attraverso la liberazione delle citochine TNF-alfa, interleuchina-1 e interleuchina-6 da parte dei neutrofili e dei macrofagi la permeabilità del tessuto aumenta, favorendo il rimodellamento del tessuto stesso e, di conseguenza, la guarigione.
I neutrofili attirati nella zona del trauma e stimolati dalle interleuchine-1Beta producono le prostaglandine E2 che inducono il dolore.
La sintesi di prostaglandine è generata dall’enzima COX-2 ed è necessaria durante le prime fasi della rigenerazione del tessuto muscoloscheletrico; per questo motivo è molto importante, in fase acuta, evitare l’utilizzo di farmaci inibitori della COX-2 per un recupero ottimale.
Inoltre la membrana cellulare consiste in un doppio strato fosfolipidico che include acido arachidonico, un derivato del grasso Omega 6.
Quando il tessuto è esposto a lesione l’enzima fosfolipasi A2 rilascia acido arachidonico dalla membrana cellulare, questo viene modificato dagli enzimi ciclossigenasi COX e lipossigenasi LOX in ecosanoidi infiammatori generatori di dolore; quindi più la dieta è ricca di cibi contenenti Omega 6 ( carne e olio vegetali idrogenati ) più la risposta infiammatoria sarà forte e più si genererà dolore.
In sintesi, dopo un evento traumatico, la fase infiammatoria acuta è necessaria al corpo e non dovrebbe essere inibita dai farmaci anti-infiammatori; nel caso il dolore sia insopportabile è meglio assumere un anti-dolorifico, e, appena possibile, non assumere farmaci.
Per evitare una risposta infiammatoria acuta intensa sarebbe bene bilanciare la dieta con grassi Omega3, riducendo i grassi Omega6.

L’infiammazione cronica di basso grado

Diversamente dall’infiammazione acuta che è funzionale alla guarigione dell’organismo, l’infiammazione cronica è dannosa in quanto abbassa la soglia della nocicezione innestando un circolo vizioso tra infiammazione e dolore.

Inizia con la produzione in eccesso di radicali liberi che si presenta come una risposta mitocondriale cellulare a stress interni o ambientali. Questa risposta mitocondriale attiva le citochine pro-infiammatorie coinvolte nel dolore cronico di molte patologie: la citochina TNF-alfa può essere usata come biomarker per la neuropatia diabetica , le citochineIL-6 e TNF-alfa sono associate ad un dolore aumentato nell’osteoartrite di ginocchio, livelli sistemici di hs-CRP ( proteina C reattiva ad alta sensibilità ) riflettono infiammazione sinoviale in pazienti con osteoartrite.

Le citochine infiammatorie si trovano in tutti i tessuti , anche negli adipociti ; questo può essere il motivo per cui le persone obese hanno valori più alti di CRP e di conseguenza più dolore. Il TNF-alfa viene secreto principalmente dai macrofagi, la presenza di macrofagi è stata rilevata in dischi intervertebrali sintomatici, ma non in dischi intervertebrali degenerati e asintomatici. Il TNF-alfa viene inibito dall’attività fisica.

Ragioni per l’infiammazione cronica di basso grado e danno da radicali liberi

Le ragioni sono:

  • infezioni croniche batteriche e virali
  • resistenza all’insulina
  • intolleranza alimentare
  • disfunzione gastroenterica
  • carenze nutrizionali
  • elevata assunzione di proteine

L’intestino è un organo molto importante, viene definito il “secondo cervello” e comunica direttamente con il sistema nervoso centrale tramite il nervo vago; un’alterazione della flora batterica intestinale dovuta a infezioni, assunzioni di farmaci a lungo termine, intolleranze alimentari, carenze nutrizionali ed elevata assunzione di proteine genera un risposta infiammatoria sistemica ed espone l’organismo ad una condizione di dolore cronico.
La quantità di proteine d’assumere quotidianamente se non si svolge un’attività fisica ad alto consumo energetico è di 0,8 grammi x ogni Kg corporeo.

Cos’è la resistenza all’insulina?

Appena i recettori cellulari diventano meno sensibili all’insulina il tessuto diventa insulino-resistente; questo processo rende più difficile il trasferimento, da parte dell’insulina, del glucosio dal sangue alle cellule dove può essere utilizzato come energia.
L’aumentata assunzione di grassi saturi e di carboidrati ad alto indice glicemico e scarso apporto nutritivo favorisce uno stato pro-infiammatorio, con conseguente deposito lipidico nei muscoli, rendendoli meno responsivi all’insulina.
Questo genera una reazione a catena: il pancreas risponde con un aumento della produzione di insulina per trasferire il glucosio in eccesso nelle cellule, l’aumentata produzione d’insulina stimola il fegato tramite il glucagone a produrre più glucosio, i valori ematici di glucosio s’innalzano ulteriormente e il fegato diventa insulino- resistente, non riuscendo più ad inibire la produzione di glucosio anche il pancreas accomula lipidi nelle cellule, creando una disfunzione con minor output insulinico. Questo processo porta ad una sindrome metabolica caratterizzata da:

  • aumentata glicemia a digiuno
  • trigliceridi elevati
  • elevato colosterolo totale e LDL
  • diminuito colesterolo HDL
  • elevati valori ematici di proteina C-reatttiva
  • aumentata P arteriosa

La resistenza all’insulina è influenzata, oltre che dall’assunzione di grassi saturi e di carboidrati ad alto indice glicemico, anche da altri fattori:

  • insufficiente attività fisica
  • stress, l’epinefrina altera la sensibilità dei tessuti all’insulina
  • carenza di sonno
  • pesticidi
  • carenza di magnesio

Come riconoscere la resistenza all’insulina?

Possono essere presenti alcuni segni e sintomi:

  • aumentato rapporto della misura della vita rispetto all’anca (accumulo di grasso attorno alla vita), superiore a 0,80 per le donne e a 0,95 per gli uomini
  • astinenza da zucchero ( voglia di qualcosa di dolce )
  • affaticamento, specie post prandiale
  • glicemia a digiuno elevata
  • colesterolemia e/o trigligeridemia elevata
  • diminuito colesterolo HDL
  • aumentato colesterolo LDL
  • ipertensione arteriosa
  • elevata CPR-hs ( proteina C-reattiva ad alta sensibilità )
  • dolore persistente

Come ridurre l’infiammazione sistemica e migliorare la resistenza all’insulina

Il modo migliore per combattere l’infiammazione sistemica di basso grado è una dieta a basso indice glicemico ed elevato apporto di sostanze nutritive che includa:

  • carboidrati a bassissimo indice glicemico
  • sia omega 6 che omega 3 nella giusta proporzione
  • proteine di alta qualità adattate alle necessità rispetto al livello d’attività fisica
  • molto cibo ricco di fibre
  • molto cibo ricco di anti-ossidanti
  • molto cibo ricco di vitamine e minerali

Evitare cibi ad alto indice glicemico come:

  • dolci, biscotti, caramelle, zucchero, bevande analcoliche, cocktail di frutta, succhi di frutta
  • riso, pasta di riso e patate
  • pane, corn flakes e farine istantanee

Evitare carne rossa ed insaccati perché contengono la tipologia scorretta tipologia di grassi; evitare inoltre i latticini, dal momento che molte persone hanno una risposta immunitaria avversa e perché contengono la tipologia scorretta di grassi; l’alcool, dal momento che è tossico per il fegato; i grassi idrogenati e i fritti in generale per lo stesso motivo dell’alcool.

Evitare qualsiasi cibo di cui si ha la consapevolezza d’essere intollerante o allergico.
Anche per le persone che non sono celiache limitare il consumo d’alimenti che contengono glutine, la zonulina attivata dal glutine aumenta la permeabilità intestinale che si traduce in una risposta infiammatoria.
Una dieta ricca d’alimenti a bassissimo indice glicemico come verdure e legumi aiuta la flora batterica a mantenere la giusta permeabilità intestinale e a ridurre la risposta infiammatoria sistemica.
Integrare la dieta con alimenti ricchi di Omega 3 come i semi di lino, 2 cucchiai al giorno macinati e consumati appena dopo averli macinati aiutano a ridurre le citochine infiammatorie e si sono dimostrati efficaci nel ridurre rigidità e dolore in patologie come l’artrite reumatoide.
Anche l’integrazione d’Omega 3 attraverso l’assunzione d’olio di pesce nella formula EPA DHA ha effetti benefici, numerosi studi hanno dimostrato la riduzione del livello dei fattori chimici infiammatori come la CPR proteina C-reattiva.
Noci, mandorle e pistacchi migliorano le funzioni endoteliali ed è una buona abitudine alimentare assumerne una manciata 2 volte al giorno.
Inoltre un’attività fisica quotidiana di 30 minuti ( per esempio: camminata a passo sostenuto ) aiuta a diminuire i livelli ematici di glucosio, a migliorare lo stress e favorisce una migliore qualità del sonno, contribuendo a ridurre l’infiammazione cronica di basso grado.

La riabilitazione intensiva nella Malattia di Parkinson

By Commenti disabilitati su La riabilitazione intensiva nella Malattia di Parkinson

La Malattia di Parkinson è la seconda malattia neurodegenerativa per diffusione, ed interessa attualmente circa 6,3 milioni di persone.
Le stime numeriche di studi recenti prospettano che nel 2040 le persone interessate da questa malattia saranno 13 milioni.
La prevalenza della Malattia di Parkinson nella popolazione aumenta con l’aumentare con l’età, nella fascia dai 60 ai 69 anni è colpito lo 0,4% della popolazione, mentre dopo gli 80 anni l’1,9%.

Le cause e i sintomi della Malattia di Parkinson

Il 5-10% dei casi è causato da una mutazione genetica autosomica dominante o autosomica recessiva ad alta penetranza; ma nella maggior parte dei casi l’eziologia è complessa, dovuta all’interazione di fattori genetici e ambientali.
La riduzione dei neuroni dopaminergici nella pars compacta dalla substantia nigra dei nuclei della base è la causa dei sintomi della Malattia di Parkinson.

I sintomi non motori e i sintomi motori

I sintomi non motori precedono quelli motori ed essendo comuni a diverse patologie sono difficilmente associati alla Malattia di Parkinson.
La diagnosi, infatti, non avviene quasi mai in questa fase caratterizzata da:

  • ipo-anosmia (difficoltà a discriminare gli odori)
  • Dolore/tensione agli arti (dolore alla spalla dove c’è la riduzione del pendolarismo)
  • Deficit soggettivi di funzione, affaticamento, sintomi disautonomici (stipsi, urgenza urinaria)
  • Gambe senza riposo durante la notte
  • Depressione e disturbi motivazionali

I sintomi motori iniziali compaiono dopo la perdita di gran parte dei neuroni dopaminergici e consistono in:

  • bradicinesia (micrografia, difficoltà nei movimenti di precisione)
  • tremore a riposo (intermittente, confinato ad uno o più dita di una mano)
  • rigidità di tipo a “ruota dentata” dopo prove d’attivazione, un lato del corpo è interessato dai sintomi mentre l’altro lato no (esordio asimmetrico)

I sintomi cardinali della malattia

I sintomi cardinali della Malattia di Parkinson nella fase conclamata sono:

  • Bradicinesia/acinesia
  • Rigidità
  • Tremore a riposo
  • Instabilità posturale
  • Disturbi del cammino

La cura farmacologica per la Malattia di Parkinson

La cura farmacologica è la Levodopa, associata a dei farmaci inibitori delle carbossilasi periferiche per potenziarne l’effetto.
Gli effetti collaterali della Levodopa sono le fluttuazioni motorie nelle 24h e le discinesie.

E la riabilitazione che ruolo riveste nella Malattia di Parkinson?

Riveste un ruolo, come dimostrano gli studi scientifici, sempre più importante per contrastare il progredire della malattia e mantenere più a lungo possibile una buona qualità di vita.

L’attività fisica aerobica promuove la plasticità neuronale; si definisce aerobico un esercizio vigoroso e sostenuto che determina un incremento della funzione cardiovascolare migliorando l’ossigenazione e il flusso ematico cerebrale.

Questo tipo d’attività è importante sia come prevenzione della Malattia di Parkinson (ma anche per la prevenzione di molte malattie neurodegenerative e cardiovascolari), sia come cura della malattia stessa.

In particolare l’utilizzo del treadmill si è dimostrato efficace per migliorare il cammino e l’equilibrio, diminuendo il rischio di cadute.

La riabilitazione come mezzo per contrastare la perdita dei movimenti automatici

Il sintomo principale nella Malattia di Parkinson è la perdita dei movimenti automatici.

Si definisce automatismo la capacità d’effettuare un movimento semplice o complesso senza l’utilizzo dell’attenzione o sotto controllo della volontà.

Lo scopo principale della riabilitazione dei pazienti con Malattia di Parkinson consiste nel riapprendere il comportamento motorio automatico.

Questo avviene usando la componente volontaria che è rimasta integra attraverso esercizi compito-specifici, attraverso stimoli esterni visivi o uditivi che facilitino l’attivazione del movimento e attraverso esercizi con un numero di ripetizioni più alto rispetto a training motori standard.

Per stimoli esterni si intendono per esempio come cue visivo delle strisce sul pavimento che permettano di aumentare la lunghezza del passo e di migliorare la simmetria del cammino; e come cue uditivo un metronomo che faciliti la cadenza del passo normalizzando il cammino.

L’importanza della diagnosi precoce della Malattia di Parkinson

L’importanza di una diagnosi precoce, di un’attività aerobica quotidiana e di attività motorie specifiche rendono l’intervento riabilitativo indispensabile per rallentare il progredire della malattia, e per mantenere la qualità di vita migliore possibile.