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Studio fisioterapia e riabilitazione – Bergamo

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Mal di schiena? Esercizi e postura corretta per la lombalgia

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Vi hanno mai detto che flettersi in avanti è un movimento da evitare per la salute della schiena?

Esistono movimenti giusti o sbagliati per la schiena?

E la postura? Quanto una postura corretta può essere garanzia di benessere per il nostro rachide?

Cosa dicono gli studi più recenti in proposito?

Molte convinzioni non aiutano il processo di guarigione in caso di dolore lombare, muoversi con fiducia ed essere attivi sono due degli obiettivi principali del percorso terapeutico.

Ti consiglio di leggere con attenzione l’approfondimento su questi temi proposto nel link sottostante.

 

 

 

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/mal-di-schiena-esercizi-e-postura-corretta-per-la-lombalgia/

L’esercizio terapeutico nel mal di schiena

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Quale trattamento è ritenuto dalle linee guida internazionali il più efficace nel prevenire e risolvere gli episodi di mal di schiena?

Perché è importante fare un’accurata analisi individualizzata dei movimenti del distretto interessato dal dolore?

Che tipo d’esercizio e d’attività sono utili per autogestire il dolore e migliorare la consapevolezza del proprio corpo?

Trovate le risposte a queste e ad altre domande nel link sottostante.

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/esercizio-terapeutico/

La cefalea: come curarla con la fisioterapia

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La cefalea, più comunemente nota come “Mal di testa”, è un’esperienza dolorosa molto comune. Si attesta che sia la patologia neurologica con maggiore prevalenza in Europa; ne soffre il 47% della popolazione, non risparmiando nemmeno i bambini (colpiti per il 20% ).

Ma i Mal di testa sono tutti uguali?

La fisioterapia mi può aiutare?

Clicca sul link sottostante e troverai le risposte a queste e ad altre domande sulla cefalea.

 

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/la-cefalea/

Il fisioterapista: chi è e cosa fa per aiutarti

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Molto spesso c’è confusione sulla figura del fisioterapista, su quali siano i suoi campi d’azione e su come possa aiutare a raggiungere gli obiettivi individuali. Molti pensano che faccia massaggi o terapie passive.

In realtà fa molto di più, si occupa di prevenzione, d’educazione e di aumento di performance motorie, lavorando sulle disfunzioni di movimento.

Clicca il link sottostante e leggi l’articolo per avere un’idea più precisa di come il fisioterapista possa essere una figura sanitaria competente in diversi ambiti della salute.

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/il-fisioterapista-chi-cosa-fa-e-come-pu-aiutarti/

Il dolore: istruzioni per comprenderlo

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IL DOLORE: istruzioni per comprenderlo.

Dolore è la parola più cliccata nei motori di ricerca di tutto il mondo, il dolore ci preoccupa e ci destabilizza e, nonostante sia un’esperienza molto comune nella vita quotidiana di ognuno di noi, quando ci capita di provarlo nella nostra testa si accende un campanello d’allarme che ci porta ad associarlo ad uno stato di malattia. In questo articolo proveremo a spiegare in modo semplice che il dolore non è sempre associato ad un danno e che ci sono diversi modi per aiutare il sistema nervoso a spegnere il dolore.

Iniziamo con la definizione proposta dall’International Association for The Study of Pain ( IASP ) :

Il dolore è un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata ad un danno reale o potenziale del tessuto, o descritta con riferimento a tale danno.” ( Turk e Ohfujii, 2001 ).

Prestate bene attenzione, è un’esperienza, quindi modificabile dalle nostre aspettative, dalle nostre convinzioni, dal contesto in cui viviamo; associata ad un danno reale( per esempio dopo un evento traumatico acuto ) ma anche potenziale senza che ci sia una reale correlazione con  esso.

Entriamo nel dettaglio.

In seguito ad un trauma, per rendere più comprensibile utilizzeremo l’esempio di una distorsione alla caviglia , il sistema nervoso risponde proteggendo la zona  interessata per facilitare il processo di guarigione del tessuto.

Si chiama fase acuta, nella quale il sistema immunitario e nervoso agiscono in sinergia per permettere una celere ed efficace guarigione.

Come si manifesta e quanto dura?

Si manifesta con edema, dolore, rossore, e con impotenza funzionale; nel caso della distorsione quindi avremo la caviglia gonfia, calda, dolente e non riusciremo ad appoggiare il piede durante il cammino. Questo implica un lavoro combinato del sistema immunitario che, tramite un maggiore afflusso sanguigno, cerca di ripulire il tessuto danneggiato e favorire la ricostruzione del tessuto sano; e del sistema nervoso che, tramite il dolore, protegge la caviglia da ulteriori potenziali danni.

Questa fase dura pochi giorni ( 0-72 h ) nelle quali l’organismo è impegnato a garantire una buona guarigione.

Come possiamo facilitare questo processo così importante?

Possiamo evitare di prendere farmaci anti-infiammatori e, se il dolore non è tollerabile, preferire i farmaci anti-dolorifici per non bloccare il processo infiammatorio in atto necessario per la guarigione del tessuto.

Possiamo rivolgerci al fisioterapista che, tramite un’accurata valutazione, potrà esaminare quali sono i movimenti che non provocano dolore e proporci degli esercizi in scarico ( esercizi che non vanno a caricare il tessuto danneggiato ) per aiutare il sistema nervoso a non associare dolore e movimento; potrà applicare il taping neuromuscolare per evitare la stasi dei liquidi; potrà promuovere esercizi di resistenza ad alta intensità in un altro distretto, per esempio degli arti superiori/ tronco nel caso di una distorsione alla caviglia, per mantenere il livello aerobico alto e facilitare l’inibizione del dolore da parte del sistema nervoso centrale tramite il rilascio degli ormoni neuro-protettivi come l’endorfine.

Alla fase acuta segue la fase proliferativa nella quale gli agenti dell’infiammazione portati nella zona della lesione dal sistema vascolare agiscono ripulendo il tessuto danneggiato e creandone uno più resistente; questa fase inizia quattro giorni dopo il trauma e, a seconda del tessuto coinvolto, può durare fino a sei settimane.

Segue infine la fase di rimodellamento, nella quale si compie una continua modificazione cellulare fino al raggiungimento della piena guarigione tessutale; questa fase inizia a tre settimane dal trauma e può durare fino a dodici mesi.

Molto importante nella fase proliferativa sarà l’intervento del fisioterapista: dovrà guidare la persona ad un recupero graduale del carico sul tessuto interessato:

con l’utilizzo di tecniche di terapia manuale recupererà l’allineamento articolare, con gli esercizi di controllo motorio specifici la capacità d’attivare correttamente il segmento corporeo interessato, con consigli d’ergonomia aiuterà a gestire il dolore e le difficoltà durante le attività della vita quotidiana, con esercizi di propriocezione e d’immaginazione corporea faciliterà il recupero dell’immagine corticale della zona colpita. Nella fase di rimodellamento seguirà un aumento progressivo del carico sui tessuti fino al completo recupero dell’attività di vita quotidiana e sportiva.

Questo processo di guarigione è un esempio di neuroplasticità adattativa, il sistema nervoso adatta le sue risposte avendo come obiettivo la protezione e in seguito il ripristino della fisiologia del distretto interessato dalla lesione.

Quando una risposta adattativa si trasforma in risposta maladattattiva e il dolore persiste?

Quando la protezione diventa troppa protezione, il movimento viene inibito e la modulazione del dolore si riduce: uno stimolo che in precedenza veniva interpretato dal sistema nervoso come non significativo ora viene percepito come dolorifico.

Il cervello gioca un ruolo fondamentale nell’interpretazione del dolore.

Esiste una neuromatrice del dolore a livello encefalico attraverso la quale il cervello decodifica gli stimoli e invia una risposta ai tessuti attraverso il midollo spinale.

All’interno di questa neuromatrice ci sono zone del cervello preposte al controllo non solo del dolore ma anche di altri aspetti fondamentali: il sistema limbico controlla le emozioni e la capacità di gestire la paura, la corteccia pre-frontale insieme alla corteccia cingolata anteriore forniscono una valutazione cognitiva del dolore e sono coinvolte nella presa di decisione, l’ippocampo dove viene conservata la memoria dell’esperienza, la corteccia somatosensoriale I e II dove viene analizzata la percezione ( dove sento e come lo sento ) e l’insula dove viene fatto un processo multisensoriale di introspezione che permette di definire come mi sento rispetto al dolore.

Le zone del cervello della neuromatrice comunicano tra di loro per definire la risposta da inviare alla periferia e tramite il talamo e il midollo rostro ventrale inviano neurotrasmettitori capaci di aumentare o inibire la risposta dolorosa.

Quindi cosa condiziona il dolore?

La memoria di altre esperienze dolorose, il tono dell’umore, le emozioni che il dolore ci suscita, la capacità di percezione corporea, il contesto in cui viviamo, il modo in cui interpretiamo il nostro vissuto e la capacità di prendere decisioni.

Anche lo stile di vita influenza il dolore: se il sonno non è buono, se lo stile di vita è sedentario ed è presente un’infiammazione sistemica di basso grado il cervello ha più difficoltà a inibire gli stimoli nocicettivi; durante il sonno c’è un’elevata attività neuroplastica protettiva per il cervello, l’attività sportiva ha un effetto ansiolitico e aiuta a dormire meglio contribuendo alla neuroplasticità adattativa, e l’alimentazione è strettamente correlata con la risposta infiammatoria.

Come possiamo aiutare il nostro corpo a gestire il dolore?

Attivando delle strategie in grado d’influenzare il nostro sistema nervoso, in grado di facilitare l’azione inibitoria del cervello rispetto agli stimoli dolorosi.

Entriamo nel dettaglio.

La percezione del nostro corpo e di come ci muoviamo nello spazio può essere fonte di dolore, per esempio se l’immagine corporea non è buona si crea un’incongruenza tra ciò che sento e ciò che faccio; in altro modo non avere percezione può portare a muoversi in modo alterato creando uno stress nei tessuti che a lungo andare può diventare sintomatico.

Se questa alterazione di movimento si protrae a lungo si crea un’alterazione della corteccia somatosensoriale che nella vita quotidiana può manifestarsi come:

  • sensazioni alterate ( gonfiore oppure restringimento della zona in cui si ha dolore ),
  • difficoltà nel sentirsi ( pensare di non essere dritti e esserlo ),
  • alterazione della sensibilità tattile e discriminativa,
  • alterata immagine corporea.

La percezione è coinvolta in numerosi stati di dolore persistente, come il mal di schiena, il dolore anteriore di ginocchio, e la sindrome da dolore regionale cronico ( CRPS ).

Il fisioterapista deve includere in questi casi un trattamento mirato ai disturbi percettivi e può farlo attraverso diverse tecniche:

  • training di discriminazione tattile,
  • l’utilizzo della mirrror therapy ( terapia dello specchio ),
  • combinare esercizi di controllo motorio con feedback percettivi visivi,
  • graded motor imagery ( allenamento di discriminazione della lateralità, destra sinistra e allenamento di immaginazione motoria ),
  • esercizi d’allenamento motorio mentale attraverso la visione di filmati di gesti funzionali quotidiani o sportivi a seconda del soggetto.

Questo tipo d’interventi è associato ad una riduzione a breve termine della sintomatologia e della disabilità nei casi in cui la percezione sia coinvolta nel processo d’elaborazione del dolore.

Come attività di mantenimento sono consigliate a chi ha difficoltà percettive lo yoga e il thai-chi, entrambe migliorano la consapevolezza corporea.

Ansia e stress sono probabilmente le problematiche più comuni dei nostri tempi ed è risaputo che influenzano il dolore.

Cosa fare?

Training autogeno, mindfulness, meditazione e ipnosi sono tutte tecniche indicate nella gestione dell’ansia e possono essere un valido aiuto nei casi di dolore persistente.

E per ultimo, non certo per importanza, l’attività fisica.

Sempre più ricerche mostrano come l’inattività sia uno “slow killer”, da cui dipendono molte delle problematiche croniche che affliggono la maggior parte della popolazione: malattie cardiovascolari, diabete, obesità, dolori muscolo-scheletrici, disturbi del sonno, solo per citarne alcune.

Se sto seduto 8 ore al giorno il corpo ha bisogno di 1ora al giorno d’esercizio per compensare all’inattività!!

Molteplici aspetti sono coinvolti nell’attività fisica:

  • flessibilità,
  • coordinazione,
  • articolarità,
  • reattività,
  • equilibrio,
  • velocità,
  • forza,
  • condizione generica,
  • agilità,
  • prontezza,
  • esplosività,
  • tecnica,
  • timing d’attivazione,
  • bilancio muscolare.

La variabilità che ci permette il nostro corpo è davvero straordinaria, la stiamo mettendo a frutto?

Le linee guida consigliano 75 minuti d’attività intensa due volte alla settimana e 150 minuti d’attività moderata alla settimana.

Il fisioterapista può guidare questo processo di cambiamento dall’inattività all’autonomia nella gestione della propria salute; tramite la presa di coscienza e la maturazione di una volontà di cambiamento, tramite la sperimentazione del benessere che si può ottenere con l’esercizio, attraverso un’alleanza che ha come obiettivo rendere il “paziente” il protagonista attivo della propria salute.

Bibliografia

  • Fingleton C, Smart K, Moloney N, Fullen BM, Doody C. Pain sensitization with knee osteoarthritis: a systematic review and meta-analysis. Osteoarthritis Cartilage. 2015.
  • Rabey M, Slater H, O’Sullivan P, Beales D, Smith A. Somatosensory nociceptive characteristics differentiate subgroups in people with chronic low back pain: a cluster analysis. Pain. 2015.
  • Moseley GL. I can’t find it! Distorted body image and tactile dysfunction in patients with chronic back pain. Pain 2008.
  • Hodges P, Smeets R. Interaction between Pain, Movement, and Physical Activity: short-term benefits, long-term consequences, and targets for treatment. Clinical Journal of Pain. 2015.
  • Harris A. Cortical origin of pathological pain. Lancet 1999.
  • Woolf CJ. Central sensitization: Implications for the diagnosis and treatment of pain. Pain. 2011.
  • Lewis JS, Schweinhardt P. Perceptions of the painful body: the relationship between body perception disturbance, pain and tactile discrimination in complex regional pain syndrome. Eur J Pain. 2012.
  • Wand B, Catley M, Rabey M, O’Sullivan P, O’Connell N, Smith A. Disrupted self-perception in people with chronic low back pain. Further evaluation of The Fremantle Back Awareness Questionnaire. Journal of Pain. 2016.
  • Goyal M, Singh S, Sibinga E, et al. Meditation Programs for Psychological Stress and Well-being. A Systematic Review and Meta-analysis. JAMA Internal Medicine. 2014.
  • Farb NAS, Segal ZV, Anderson AK. Mindfulness meditation training alters cortical representations of interoceptive attention. Social Cognitive and Affective Neuroscience. 2013.
  • Streeter CC, Gerbarg PL, Saper RB, Ciraulo DA, Brown RP. Effects of yoga on the autonomic nervous system, gamma-aminobutyric-acid, and allostasis in epilepsy, depression, and post-traumatic stress disorder. Medical Hypotheses. 2012.
  • Naugle KM, Fillingim RB, Riley JL, 3rd. A meta-analytic review of the hypoalgesic effects of exercise. J Pain. 2012.

 

 

Intervista FisioterapiaItalia

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  • Cos’è per voi la fisioterapia? 

La fisioterapia è relazione terapeutica, è alleanza tra persone che condividono un obiettivo comune, è sostegno, è fornire nuovi strumenti per affrontare i cambiamenti a cui la vita spesso ci costringe, è dare fiducia nelle proprie capacità.

Nello stesso tempo è ragionamento clinico, è ricerca, è continuo aggiornamento delle conoscenze teoriche e pratiche;  fisioterapia sono le mani che facilitano il movimento, che ridanno armonia, che rilassano, che sentono.

Fisioterapia è promuovere attività fisica, stile di vita sano; è coinvolgere le persone in un progetto in cui i veri protagonisti siano loro stessi e la qualità di vita desiderata.

La fisioterapia è ascolto, è comprensione dei meccanismi che influenzano il dolore, è la consapevolezza che l’essere umano è complesso e che deve essere preso in considerazione nella dimensione bio-psico-sociale.

  • Quali sono le vostre più grandi soddisfazioni professionali?

Ogni persona che si relaziona con noi è fonte di crescita personale e professionale e ciascuna di loro descrive una storia unica: c’è la storia di Massimo che a 44 anni ha corso per la prima volta una maratona e si appresta ad affrontare la seconda;la storia di Rosi che è tornata alla sua vita dopo aver superato la sindrome di Guillain-Barré; la storia di Simona che aveva spesso mal di testa e un dolore facciale intenso e, che, continuando a fare esercizi a domicilio, ha risolto il suo problema; la storia di Gabriella che dopo un’osteotomia bilaterale all’anca aveva grosse limitazioni funzionali nella vita quotidiana e nel tempo libero, ora si dedica al giardinaggio ed è tornata a fare trekking in montagna; la storia di Carlo che in seguito alle terapie per curare un tumore aveva perso la possibilità di uscire di casa e d’andare al lavoro, ora cammina per strada in autonomia e gradualmente riprenderà a lavorare; la storia di Norma che da diversi anni aveva episodi di mal di schiena ed ora sa quali movimenti l’aiutano durante l’attività lavorativa e ha capito l’importanza di uno stile di vita attivo; la storia di Renato che in seguito ad un’ischemia cerebrale aveva difficoltà nella deambulazione e cadeva spesso, ora sta migliorando la sua autonomia e non è più caduto; la storia di Milena che vive da sola nonostante la diagnosi di malattia di Parkinson ricevuta quattordici anni fa, da quando fa fisioterapia regolarmente ha meno dolori, più energia e cammina meglio.

Queste sono alcune delle tante storie che rendono il nostro lavoro incredibilmente bello.

  • Quali sono le vostre principali specializzazioni?

I nostri punti di forza sono la terapia manuale associata all’esercizio terapeutico, approfondito in modo esaustivo nella partecipazione a tutti i corsi di S.T.E.P. Scientific Therapeutic Exercise Progressions dell’università americana Ola Grimsby Institute; la riabilitazione neuromotoria con la partecipazione a diversi corsi Bobath avanzati e ad un’esperienza clinica di 15 anni; la riabilitazione sportiva attraverso la conoscenza della progressione del carico in seguito ad un trauma e con la presenza di una palestra riabilitativa con attrezzi Technogym per la riatlettizazzione e dove sviluppare percorsi terapeutici attivi, per prevenire e riabilitare molte delle problematiche muscolo-scheletriche come indicato dalle principali linee guida internazionali di riabilitazione; l’attenzione verso le nuove conoscenze sui meccanismi del dolore e sulla loro influenza in ambito fisioterapico; la visione della persona come entità complessa considerata dal punto di vista bio-psico-sociale.

  • Su quali nuovi servizi state lavorando?

Il nostro nuovo progetto si chiama Progetto Junior, è rivolto ai bambini in fascia d’età scolare dai 6 ai 13 anni; insieme al nostro collega Marcelo Costa, laureato in scienze motorie, insegnante d’educazione fisica nelle scuole primarie, istruttore Technogym, proponiamo uno screening degli schemi motori di base e dell’allineamento posturale dei segmenti corporei fondamentali per la crescita del bambino e, in base alla valutazione programmiamo percorsi di riabilitazione e di rieducazione motoria personalizzati con la convinzione che l’armonia corporea e la consapevolezza motoria acquisite permetteranno uno sviluppo armonico e uno stile di vita attivo in età adulta. Lo screening è gratuito e viene proposto nelle scuole.

  • Perché avete scelto d’entrare a far parte del network Fisioterapia Italia?

Sentivamo la necessità d’entrare a far parte di un network di fisioterapia che aiuti le persone a comprendere in che cosa consista il nostro lavoro, di quanto studio ed aggiornamento sia necessario per prendere le decisione cliniche che guidano la nostra pratica quotidiana.

Definendo gli ambiti nei quali opera un fisioterapista, possiamo chiarire quando il nostro intervento sia la scelta giusta per intraprendere un percorso di prevenzione, educazione e cura.

Inoltre un network specifico permette d’entrare in contatto con colleghi competenti e informati; e, tramite la divulgazione d’articoli, di mantenere sempre costante l’aggiornamento sulle tematiche più significative in ambito riabilitativo.

Oltre la divulgazione di contenuti interessanti il sito offre la possibilità di chiedere informazioni e chattare con un fisioterapista esperto. http://www.fisioterapiaitalia.it

  • Di cosa possono essere sicuri i pazienti venendo nel vostro centro?

Possono essere sicuri di trovare dei professionisti formati, informati delle evidenze scientifiche, attenti ai meccanismi del dolore e rispettosi del vissuto del paziente.

Possono essere sicuri che verrà proposto loro una strategia attiva di gestione della problematica dolorosa; dove loro stessi saranno capaci, attraverso degli esercizi specifici, di migliorare e in seguito mantenere il risultato raggiunto in studio.

Troveranno una palestra riabilitativa dove poter sperimentare movimento, fiducia e divertimento.

L’instabilità cervicale, come riconoscerla.

By Commenti disabilitati su L’instabilità cervicale, come riconoscerla.

Ti riconosci in questa descrizione?

  • Hai timore quando devi muovere il collo;
  • il dolore cervicale è inspiegabile: fai lavori attivi pesanti o attività sportiva e non senti nulla, eppure, a volte, basta uno sbadiglio o fare retromarcia in auto per scatenare forte dolore cervicale;
  • la sera il collo è molto stanco ed hai come la sensazione che si rompa.

Se la risposta è si il tuo problema potrebbe essere l’instabilità cervicale funzionale.

Il sistema stabilizzante
Il sistema stabilizzante cervicale è formato da tre sottosistemi che collaborano tra loro:

  • sottosistema passivo composto dal disco intervertebrale, dall’orientamento delle faccette articolari, dall’integrità della capsula articolare e dei legamenti;
  • sottosistema attivo composto dai muscoli e dai tendini;
  • sottosistema neurale di controllo deputato alla coordinazione dell’attività muscolare da parte del sistema nervoso.

La stabilità funzionale
Per ottenere la stabilità funzionale tutti e tre i sottosistemi devono collaborare in modo ottimale, e lievi deficit di un sottosistema possono essere compensati dagli altri due mantenendo un carico fisiologico nelle strutture cervicali.

Cause dell’instabilità cervicale
I deficit del sottosistema passivo possono essere causati da un trauma, per esempio un incidente in auto, nel quale una struttura legamentosa viene troppo tesa o addirittura lacerata.
Oppure dei microtraumi ripetuti ( attività sportive o lavorative dove c’è molto carico sulla testa ) possono portare ad una generazione articolare con aumento del gioco della stessa articolazione.
Se gli altri due sottosistemi sono in grado di controllare la disposizione delle vertebre una sopra l’altra con un carico fisiologico non compaiono sintomi.

L’insorgenza dei sintomi
Ma se, per esempio, avete avuto un colpo di frusta nel passato e non è stata indagata la stabilità dei legamenti cervicali; potrebbe, a distanza di tempo, presentarsi un quadro clinico d’instabilità cervicale con dolore e difficoltà nel controllo della testa nei movimenti di flesso/estensione dovuto all’inibizione del sottosistema attivo della zona cervicale sottostante divenuta ipomobile.

Screening segni midollari e insufficienza vertebro-basilare
In caso di instabilità cervicale nel segmento C1-C2 è importante valutare la presenza di segni midollari come:

  • incertezza nella deambulazione;
  • tendenza ad inciampare o improvviso cedimento delle ginocchia;
  • atassia;
  • parestesie nelle piante dei piedi che possono irradiare lungo la gamba assumendo la forma di un calzino;
  • perdita di controllo degli sfinteri.

Il trattamento per questo quadro d’instabilità cervicale è l’intervento chirurgico di stabilizzazione vertebrale.
Delle traslazioni anormali nel rachide cervicale medio e/o una rotazione eccessiva nel rachide cervicale alto possono compromettere il flusso nel sistema vertebro- basilare.

Questo a livello clinico si traduce con l’insorgenza dei seguenti sintomi:

  • Disfagia ( disturbi della deglutizione );
  • Diplopia ( vedere doppio );
  • Dizziness ( vertigine );
  • Disartria ( disturbi di pronuncia );
  • Drop attacks ( perdita improvvisa del tono muscolare senza perdita di coscienza ).

L’insorgenza delle 5D di Coman è patognomonica per la presenza d’insufficienza vertebro-basilare.

La vertigine artogena cervicale
L’input propriocettivo, che proviene dal rachide cervicale alto, ha un’influenza importante sul sistema dell’equilibrio.
Da questo ne consegue che alterazioni di questo input possono portare a vertigini. Questa vertigine artrogena cervicale ha le seguenti caratteristiche cliniche:

  • non è una vera vertigine rotatoria, viene descritta come una leggera incertezza nella deambulazione;
  • si presenta singolarmente, senza le 5D di Coman;
  • può essere influenza in modo consistente dai movimenti del collo;
  • se viene eseguito un movimento provocante, la vertigine si presenta senza nessuna latenza;
  • se il movimento provocante viene mantenuto per alcuni secondi l’intensità delle vertigine ha la tendenza a diminuire;
  • la vertigine, se è causata dal rachide cervicale, può migliorare con il trattamento del collo.

Valutazione
La valutazione dell’instabilità cervicale funzionale si compone di diversi momenti, inizia con l’ispezione dove si osservano la posizione della testa e del collo, rispetto alle spalle e rispetto al rachide toracico; poi seguono i movimenti attivi dove si valutano i sintomi, la quantità e, soprattutto la qualità dei movimenti, la capacità di controllare la testa durante tutto l’arco di movimento, in modo particolare durante l’estensione ( guardare verso l’alto ).
Prosegue con la valutazione dei movimenti passivi intervertebrali fisiologici per valutare la mobilità intersegmentale in una direzione di movimento e verificare l’ampiezza di movimento, l’insorgenza dei sintomi, l’insorgenza di uno spasmo protettivo, la resistenza; seguono i test specifici per l’integrità dei legamenti e la valutazione dei movimenti passivi intervertebrali accessori per verificare la congruenza del quadro clinico e definire la presenza d’instabilità in uno o più segmenti del rachide cervicale.
Inoltre valutiamo il controllo muscolare dei flessori profondi del collo attraverso il test graduato della flessione cranio-cervicale e della muscolatura scapolo-toracica tramite il test funzionale del trapezio inferiore.

Trattamento
Il trattamento consisterà, in base alla valutazione, nella mobilizzazione delle articolazioni ipomobili vicine all’articolazione instabile per ridurre lo stress sull’articolazione instabile; una cauta mobilizzazione dell’articolazione instabile dolente in grado di fornire un input non nocicettivo per calmare il dolore.
Di fondamentale importanza saranno gli esercizi per migliorare la stabilità muscolare e il controllo senso-motorio della testa adattati al disturbo funzionale specifico della persona.
Gli esercizi verranno proposti anche a domicilio e durante l’attività lavorativa/ sportiva per ottimizzare il recupero della stabilità muscolare e trasferire il miglioramento clinico nelle attività funzionali della vita quotidiana.

L’infiammazione cronica di basso grado: cos’è, come si manifesta e cosa fare per evitarla

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La risposta infiammatoria è coinvolta sia nelle condizioni acute che croniche ed è simile alla risposta immunitaria.

L’infiammazione acuta

Dopo un trauma la risposta infiammatoria è una fase importante del processo di guarigione, attraverso la liberazione delle citochine TNF-alfa, interleuchina-1 e interleuchina-6 da parte dei neutrofili e dei macrofagi la permeabilità del tessuto aumenta, favorendo il rimodellamento del tessuto stesso e, di conseguenza, la guarigione.
I neutrofili attirati nella zona del trauma e stimolati dalle interleuchine-1Beta producono le prostaglandine E2 che inducono il dolore.
La sintesi di prostaglandine è generata dall’enzima COX-2 ed è necessaria durante le prime fasi della rigenerazione del tessuto muscoloscheletrico; per questo motivo è molto importante, in fase acuta, evitare l’utilizzo di farmaci inibitori della COX-2 per un recupero ottimale.
Inoltre la membrana cellulare consiste in un doppio strato fosfolipidico che include acido arachidonico, un derivato del grasso Omega 6.
Quando il tessuto è esposto a lesione l’enzima fosfolipasi A2 rilascia acido arachidonico dalla membrana cellulare, questo viene modificato dagli enzimi ciclossigenasi COX e lipossigenasi LOX in ecosanoidi infiammatori generatori di dolore; quindi più la dieta è ricca di cibi contenenti Omega 6 ( carne e olio vegetali idrogenati ) più la risposta infiammatoria sarà forte e più si genererà dolore.
In sintesi, dopo un evento traumatico, la fase infiammatoria acuta è necessaria al corpo e non dovrebbe essere inibita dai farmaci anti-infiammatori; nel caso il dolore sia insopportabile è meglio assumere un anti-dolorifico, e, appena possibile, non assumere farmaci.
Per evitare una risposta infiammatoria acuta intensa sarebbe bene bilanciare la dieta con grassi Omega3, riducendo i grassi Omega6.

L’infiammazione cronica di basso grado

Diversamente dall’infiammazione acuta che è funzionale alla guarigione dell’organismo, l’infiammazione cronica è dannosa in quanto abbassa la soglia della nocicezione innestando un circolo vizioso tra infiammazione e dolore.

Inizia con la produzione in eccesso di radicali liberi che si presenta come una risposta mitocondriale cellulare a stress interni o ambientali. Questa risposta mitocondriale attiva le citochine pro-infiammatorie coinvolte nel dolore cronico di molte patologie: la citochina TNF-alfa può essere usata come biomarker per la neuropatia diabetica , le citochineIL-6 e TNF-alfa sono associate ad un dolore aumentato nell’osteoartrite di ginocchio, livelli sistemici di hs-CRP ( proteina C reattiva ad alta sensibilità ) riflettono infiammazione sinoviale in pazienti con osteoartrite.

Le citochine infiammatorie si trovano in tutti i tessuti , anche negli adipociti ; questo può essere il motivo per cui le persone obese hanno valori più alti di CRP e di conseguenza più dolore. Il TNF-alfa viene secreto principalmente dai macrofagi, la presenza di macrofagi è stata rilevata in dischi intervertebrali sintomatici, ma non in dischi intervertebrali degenerati e asintomatici. Il TNF-alfa viene inibito dall’attività fisica.

Ragioni per l’infiammazione cronica di basso grado e danno da radicali liberi

Le ragioni sono:

  • infezioni croniche batteriche e virali
  • resistenza all’insulina
  • intolleranza alimentare
  • disfunzione gastroenterica
  • carenze nutrizionali
  • elevata assunzione di proteine

L’intestino è un organo molto importante, viene definito il “secondo cervello” e comunica direttamente con il sistema nervoso centrale tramite il nervo vago; un’alterazione della flora batterica intestinale dovuta a infezioni, assunzioni di farmaci a lungo termine, intolleranze alimentari, carenze nutrizionali ed elevata assunzione di proteine genera un risposta infiammatoria sistemica ed espone l’organismo ad una condizione di dolore cronico.
La quantità di proteine d’assumere quotidianamente se non si svolge un’attività fisica ad alto consumo energetico è di 0,8 grammi x ogni Kg corporeo.

Cos’è la resistenza all’insulina?

Appena i recettori cellulari diventano meno sensibili all’insulina il tessuto diventa insulino-resistente; questo processo rende più difficile il trasferimento, da parte dell’insulina, del glucosio dal sangue alle cellule dove può essere utilizzato come energia.
L’aumentata assunzione di grassi saturi e di carboidrati ad alto indice glicemico e scarso apporto nutritivo favorisce uno stato pro-infiammatorio, con conseguente deposito lipidico nei muscoli, rendendoli meno responsivi all’insulina.
Questo genera una reazione a catena: il pancreas risponde con un aumento della produzione di insulina per trasferire il glucosio in eccesso nelle cellule, l’aumentata produzione d’insulina stimola il fegato tramite il glucagone a produrre più glucosio, i valori ematici di glucosio s’innalzano ulteriormente e il fegato diventa insulino- resistente, non riuscendo più ad inibire la produzione di glucosio anche il pancreas accomula lipidi nelle cellule, creando una disfunzione con minor output insulinico. Questo processo porta ad una sindrome metabolica caratterizzata da:

  • aumentata glicemia a digiuno
  • trigliceridi elevati
  • elevato colosterolo totale e LDL
  • diminuito colesterolo HDL
  • elevati valori ematici di proteina C-reatttiva
  • aumentata P arteriosa

La resistenza all’insulina è influenzata, oltre che dall’assunzione di grassi saturi e di carboidrati ad alto indice glicemico, anche da altri fattori:

  • insufficiente attività fisica
  • stress, l’epinefrina altera la sensibilità dei tessuti all’insulina
  • carenza di sonno
  • pesticidi
  • carenza di magnesio

Come riconoscere la resistenza all’insulina?

Possono essere presenti alcuni segni e sintomi:

  • aumentato rapporto della misura della vita rispetto all’anca (accumulo di grasso attorno alla vita), superiore a 0,80 per le donne e a 0,95 per gli uomini
  • astinenza da zucchero ( voglia di qualcosa di dolce )
  • affaticamento, specie post prandiale
  • glicemia a digiuno elevata
  • colesterolemia e/o trigligeridemia elevata
  • diminuito colesterolo HDL
  • aumentato colesterolo LDL
  • ipertensione arteriosa
  • elevata CPR-hs ( proteina C-reattiva ad alta sensibilità )
  • dolore persistente

Come ridurre l’infiammazione sistemica e migliorare la resistenza all’insulina

Il modo migliore per combattere l’infiammazione sistemica di basso grado è una dieta a basso indice glicemico ed elevato apporto di sostanze nutritive che includa:

  • carboidrati a bassissimo indice glicemico
  • sia omega 6 che omega 3 nella giusta proporzione
  • proteine di alta qualità adattate alle necessità rispetto al livello d’attività fisica
  • molto cibo ricco di fibre
  • molto cibo ricco di anti-ossidanti
  • molto cibo ricco di vitamine e minerali

Evitare cibi ad alto indice glicemico come:

  • dolci, biscotti, caramelle, zucchero, bevande analcoliche, cocktail di frutta, succhi di frutta
  • riso, pasta di riso e patate
  • pane, corn flakes e farine istantanee

Evitare carne rossa ed insaccati perché contengono la tipologia scorretta tipologia di grassi; evitare inoltre i latticini, dal momento che molte persone hanno una risposta immunitaria avversa e perché contengono la tipologia scorretta di grassi; l’alcool, dal momento che è tossico per il fegato; i grassi idrogenati e i fritti in generale per lo stesso motivo dell’alcool.

Evitare qualsiasi cibo di cui si ha la consapevolezza d’essere intollerante o allergico.
Anche per le persone che non sono celiache limitare il consumo d’alimenti che contengono glutine, la zonulina attivata dal glutine aumenta la permeabilità intestinale che si traduce in una risposta infiammatoria.
Una dieta ricca d’alimenti a bassissimo indice glicemico come verdure e legumi aiuta la flora batterica a mantenere la giusta permeabilità intestinale e a ridurre la risposta infiammatoria sistemica.
Integrare la dieta con alimenti ricchi di Omega 3 come i semi di lino, 2 cucchiai al giorno macinati e consumati appena dopo averli macinati aiutano a ridurre le citochine infiammatorie e si sono dimostrati efficaci nel ridurre rigidità e dolore in patologie come l’artrite reumatoide.
Anche l’integrazione d’Omega 3 attraverso l’assunzione d’olio di pesce nella formula EPA DHA ha effetti benefici, numerosi studi hanno dimostrato la riduzione del livello dei fattori chimici infiammatori come la CPR proteina C-reattiva.
Noci, mandorle e pistacchi migliorano le funzioni endoteliali ed è una buona abitudine alimentare assumerne una manciata 2 volte al giorno.
Inoltre un’attività fisica quotidiana di 30 minuti ( per esempio: camminata a passo sostenuto ) aiuta a diminuire i livelli ematici di glucosio, a migliorare lo stress e favorisce una migliore qualità del sonno, contribuendo a ridurre l’infiammazione cronica di basso grado.

La riabilitazione intensiva nella Malattia di Parkinson

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La Malattia di Parkinson è la seconda malattia neurodegenerativa per diffusione, ed interessa attualmente circa 6,3 milioni di persone.
Le stime numeriche di studi recenti prospettano che nel 2040 le persone interessate da questa malattia saranno 13 milioni.
La prevalenza della Malattia di Parkinson nella popolazione aumenta con l’aumentare con l’età, nella fascia dai 60 ai 69 anni è colpito lo 0,4% della popolazione, mentre dopo gli 80 anni l’1,9%.

Le cause e i sintomi della Malattia di Parkinson

Il 5-10% dei casi è causato da una mutazione genetica autosomica dominante o autosomica recessiva ad alta penetranza; ma nella maggior parte dei casi l’eziologia è complessa, dovuta all’interazione di fattori genetici e ambientali.
La riduzione dei neuroni dopaminergici nella pars compacta dalla substantia nigra dei nuclei della base è la causa dei sintomi della Malattia di Parkinson.

I sintomi non motori e i sintomi motori

I sintomi non motori precedono quelli motori ed essendo comuni a diverse patologie sono difficilmente associati alla Malattia di Parkinson.
La diagnosi, infatti, non avviene quasi mai in questa fase caratterizzata da:

  • ipo-anosmia (difficoltà a discriminare gli odori)
  • Dolore/tensione agli arti (dolore alla spalla dove c’è la riduzione del pendolarismo)
  • Deficit soggettivi di funzione, affaticamento, sintomi disautonomici (stipsi, urgenza urinaria)
  • Gambe senza riposo durante la notte
  • Depressione e disturbi motivazionali

I sintomi motori iniziali compaiono dopo la perdita di gran parte dei neuroni dopaminergici e consistono in:

  • bradicinesia (micrografia, difficoltà nei movimenti di precisione)
  • tremore a riposo (intermittente, confinato ad uno o più dita di una mano)
  • rigidità di tipo a “ruota dentata” dopo prove d’attivazione, un lato del corpo è interessato dai sintomi mentre l’altro lato no (esordio asimmetrico)

I sintomi cardinali della malattia

I sintomi cardinali della Malattia di Parkinson nella fase conclamata sono:

  • Bradicinesia/acinesia
  • Rigidità
  • Tremore a riposo
  • Instabilità posturale
  • Disturbi del cammino

La cura farmacologica per la Malattia di Parkinson

La cura farmacologica è la Levodopa, associata a dei farmaci inibitori delle carbossilasi periferiche per potenziarne l’effetto.
Gli effetti collaterali della Levodopa sono le fluttuazioni motorie nelle 24h e le discinesie.

E la riabilitazione che ruolo riveste nella Malattia di Parkinson?

Riveste un ruolo, come dimostrano gli studi scientifici, sempre più importante per contrastare il progredire della malattia e mantenere più a lungo possibile una buona qualità di vita.

L’attività fisica aerobica promuove la plasticità neuronale; si definisce aerobico un esercizio vigoroso e sostenuto che determina un incremento della funzione cardiovascolare migliorando l’ossigenazione e il flusso ematico cerebrale.

Questo tipo d’attività è importante sia come prevenzione della Malattia di Parkinson (ma anche per la prevenzione di molte malattie neurodegenerative e cardiovascolari), sia come cura della malattia stessa.

In particolare l’utilizzo del treadmill si è dimostrato efficace per migliorare il cammino e l’equilibrio, diminuendo il rischio di cadute.

La riabilitazione come mezzo per contrastare la perdita dei movimenti automatici

Il sintomo principale nella Malattia di Parkinson è la perdita dei movimenti automatici.

Si definisce automatismo la capacità d’effettuare un movimento semplice o complesso senza l’utilizzo dell’attenzione o sotto controllo della volontà.

Lo scopo principale della riabilitazione dei pazienti con Malattia di Parkinson consiste nel riapprendere il comportamento motorio automatico.

Questo avviene usando la componente volontaria che è rimasta integra attraverso esercizi compito-specifici, attraverso stimoli esterni visivi o uditivi che facilitino l’attivazione del movimento e attraverso esercizi con un numero di ripetizioni più alto rispetto a training motori standard.

Per stimoli esterni si intendono per esempio come cue visivo delle strisce sul pavimento che permettano di aumentare la lunghezza del passo e di migliorare la simmetria del cammino; e come cue uditivo un metronomo che faciliti la cadenza del passo normalizzando il cammino.

L’importanza della diagnosi precoce della Malattia di Parkinson

L’importanza di una diagnosi precoce, di un’attività aerobica quotidiana e di attività motorie specifiche rendono l’intervento riabilitativo indispensabile per rallentare il progredire della malattia, e per mantenere la qualità di vita migliore possibile.