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Studio fisioterapia e riabilitazione – Bergamo

Riabilitazione muscolo-scheletrica

La stenosi lombare: sintomi e trattamento

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La stenosi lombare: sintomi e trattamento

Con stenosi lombare si fa riferimento ad un restringimento del canale vertebrale e/o dei forami intervertebrali del rachide lombosacrale.

Le alterazioni degenerative della colonna possono esercitare una pressione sulle radici nervose, prima che queste fuoriescano dai forami intervertebrali; per questo motivo la stenosi lombare è una causa comune di lombosciatalgia nelle persone di mezza età e anziane.

I livelli del rachide più frequentemente coinvolti sono L3-L4 e L4-L5.

Per fare una diagnosi di stenosi lombare è necessario raccogliere la storia clinica del paziente e la sintomatologia attraverso un’accurata anamnesi. Inoltre sono indicate delle indagini radiologiche per avere la conferma: la TAC e la RMN sono utili per definire la tipologia e il grado di stenosi.

La stenosi può essere centrale laterale e, in quest’ultimo caso, interessare la zona d’entrata, la zona interna o la zona d’uscita della radice nervosa.

Se il diametro osseo antero-posteriore del canale vertebrale è inferiore a 10 mm si definisce la stenosi assoluta, mentre se è tra i 10 e i 12 mm la stenosi è relativa. Il diametro osseo antero-posteriore normale è maggiore di 14 mm.

Cosa può provocare questo restringimento?

Le strutture che vanno incontro a degenerazione nella colonna vertebrale sono diverse, vediamo quali possono contribuire alla stenosi del canale:

  • l’artrosi del canale vertebrale,
  • la riduzione dell’altezza del disco, con o senza protrusione,
  • l’ipertrofia della faccetta articolare,
  • l’ipertrofia del legamento giallo,
  • l’accumulazione di stress meccanico soprattutto a livello del rachide dorsale,
  • la spondilolistesi,
  • gli osteofiti del piatto vertebrale,
  • l’erniazione del disco con compressione della radice contro il peduncolo superiore.

La classificazione della stenosi lombare si divide in:

  1. stenosi congenita-evolutiva ( 3,3% ), può essere idiopatica, cioè senza una causa, o acondroplastica dovuta ad un disturbo genetico della crescita;
  2. stenosi acquisita ( 96,7% )di tipo:
  3. degenerativo ( 73% dei casi ),
  4. combinata,
  5. spondilolistesica/spondilolitica,
  6. iatrogena ( post-intervento chirurgico ),
  7. post-traumatica,
  8. eterogena ( morbo di Paget, fluorosi ).

Come si presentano i sintomi della stenosi lombare?

I sintomi più frequenti sono dolore, parestesie, claudicatio motoria e perdita di forza negli arti inferiori.La comparsa dei sintomi è, all’inizio, sfumata e non chiara; la progressione è lenta. Gli uomini sono maggiormente interessati rispetto alle donne e la fascia d’età in cui si presenta questo disturbo è tra i 50 e i 70 anni. Può essere presente dolore lombare in genere diffuso, che s’irradia ad un gamba, spesso ad entrambe. In associazione può essere presente la sindrome delle gambe senza riposo, sindrome neurologica che si manifesta soprattutto di sera e durante il sonno, caratterizzata da un’irrequietezza degli arti inferiori, prurito e parestesie.

Il dolore agli arti inferiore è presente anche di notte, mentre il risveglio è caratterizzato da rigidità e difficoltà  a muoversi; i sintomi e la rigidità migliorano con movimenti leggeri, mentre un aumento di carico eccessivo sullo schiena o movimento troppo intenso fanno peggiorare i sintomi. Anche il cammino in discesa o in pianura fa aumentare i sintomi, mentre camminare in salita allevia i dolori. Questo perché la pressione epidurale nel canale vertebrale è maggiore in discesa, mentre diminuisce in salita. I sintomi migliorano anche in posizione seduta, e in tutte le posizioni che portano il rachide lombare in flessione.

Un tipico disturbo della stenosi lombare è la claudicatio neurogena intermittente, ossia la difficoltà nel cammino, con la necessità d’interrompere la marcia e sedersi a causa dei dolori negli arti inferiori, dolori che iniziano prossimali e scendono verso la gamba.

È necessario fare una diagnosi differenziale con la claudicatio intermittente di tipo vascolare: in quest’ultima i sintomi non vengono influenzati dalla posizione della schiena, il dolore si presenta da distale a prossimale e c’è un miglioramento mettendosi in piedi e camminando in discesa; la postura non influenza il dolore e gli arti inferiori presentano problemi di trofismo cutaneo e perdita di peli. Il polso periferico è debole.

Esiste una scala di valutazione per la claudicatio neurogenica: la neurogenic claudicatio outcome score nella quale si valuta l’impatto funzionale di questo disturbo nella vita della persona.

  1. Quanta distanza riesci a coprire prima d’avere la necessità di fermarti?
  2. Quanto a lungo devi star seduto prima di poter ricominciare a camminare?
  3. Quanto tempo puoi stare in piedi prima di sentire il bisogno di sederti?
  4. Quali sintomi si presentano e in quali attività della vita quotidiana?
  5. Quanto tempo devi stare seduto per fare passare i sintomi?

Queste domande ci permettono di capire la rilevanza dei sintomi e di monitorarne l’andamento nel tempo. Inoltre possiamo valutare la capacità funzionale della deambulazione e, in seguito, l’efficacia del trattamento anche attraverso il treadmill test: test di cammino sul tapis roulant nel quale rileviamo l’inizio dei sintomi, la distanza totale percorsa e il motivo per cui il paziente interrompe il test.

Di fondamentale importanza è saper riconoscere precocemente i segnali d’allarme per la sindrome della cauda equina, sindrome neurologica di competenza medica che necessita d’urgenza chirurgica; se è presente perdita di sensibilità/formicolio all’interno della coscia o ai genitali ( anestesia a sella ), intorpidimento nella zona del retto o dei glutei, sensazione alterata quando si utilizza la carta igienica, incontinenza urinaria, disfunzione erettile e perdita di sensibilità ai genitali; se dovesse manifestarsi una combinazione di questi sintomi è necessario contattare immediatamente il medico per accertamenti specifici.

Quale trattamento è indicato per la stenosi lombare?

Dipende dal quadro clinico del paziente e dalla gravità e stabilità dei sintomi. Diversi studi, tra cui quello di Johnsson et al ( 1992 ) hanno valutato l’evoluzione spontanea della stenosi lombare in pazienti con un diametro antero-posteriore del sacco durale inferiore a 12 mm per un periodo di 49 mesi e non hanno trovato prove di un serio peggioramento; concludendo che, se non è presente dolore insopportabile o un peggioramento dei sintomi neurologici, il trattamento conservativo non chirurgico è da preferire.

Inoltre sono da tenere in considerazione i fattori clinici predittivi di uno scarso risultato post-chirurgico:

  • diabete,
  • coxartrosi,
  • fratture pregresse al rachide lombare,
  • precedente intervento chirurgico lombare,
  • fattori psicologici.

Il trattamento della stenosi lombare può essere di tipo:

  • farmacologico ( antidolorifici/anti.infiammatori, iniezioni epidurali, calcitonina );
  • chirurgico ( decompressione, decompressione più fusione in combinazione con faccettettomia mediale );
  • fisioterapico.

Il trattamento fisioterapico è composto da tre step:

  1. la mobilizzazione: mobilizzare in flessione il segmento interessato dal restringimento del canale per dare più spazio alle strutture nervose e diminuire i sintomi; mobilizzare le articolazioni vicine ( anca e rachide dorsale ) per mantenere libertà di movimento nella attività di vita quotidiana e diminuire lo stress sulla zona lombare; mobilizzazione neurale per migliorare la flessibilità.
  2. Esercizi di auto-gestione dei sintomi, di auto-mobilizzazione e ergonomia. Questo step è di fondamentale importanza per mantenere i risultati ottenuti in studio; una volta compreso i movimenti che migliorano i sintomi è bene ripeterli a domicilio e utilizzarli proprio come un farmaco da assumere come prevenzione e cura del dolore. Non solo gli esercizi ma anche l’ergonomia è un valido aiuto per questi pazienti: dormire sul fianco con un cuscino fra le gambe e le gambe raccolte vicino al petto, sedersi sul divano tenendo i piedi appoggiati su uno sgabellino, stare in stazione eretta appoggiando un piede su un sgabellino per sgravare la zona lombare dall’estensione, soprattutto se bisogna stare in piedi a lungo, al supermercato appoggiarsi al carrello mentre lo spingete; e,  soprattutto, familiari e amici lasciateli stare in una postura un pò flessa senza intimarli di raddrizzarsi, questa postura è funzionale ad aprire il canale vertebrale e ad avere maggiore beneficio sul dolore.
  3. Esercizi di fitness generale per migliorare la vascolarizzazione e la capacità motoria individuale. Motion is lotion ( traduzione il movimento è un toccasana ) questo slogan ormai è assodato e vale anche in questo caso: camminare con i bastoncini di nordic walking in leggera salita, un giro in bicicletta, nuotare ( no a rana ), fare giardinaggio; insomma essere attivi aiuta sia il nostro encefalo a modulare meglio il dolore, sia le nostre strutture nervose a ricevere nutrimento che le nostre articolazioni a invecchiare meno; tutto questo si traduce in un maggiore benessere psico-fisico.

La tallonite: quali cause e quali soluzioni?

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La tallonite è un’infiammazione che colpisce la parte posteriore del piede, più precisamente la zona del tallone; come per tutte le problematiche muscolo-scheletriche sono presenti dei fattori di rischio, vediamo quali sono:

  • gli sport dove c’è un impatto con il terreno prolungato per esempio il salto in alto, la corsa, il volley, la danza etc…;
  • l’obesità, il peso eccessivo può appiattire  la volta plantare aumentando il sovraccarico sulla parte posteriore del piede;
  • il piede piatto o al contrario il piede cavo;
  • l’età superiore ai 50 anni, sia a causa delle alterazioni morfologiche del piede che per una diminuzione del tessuto connettivo protettivo in questa zona;
  • la fibrosi dei tessuti molli sotto il piede, le lesioni o le operazioni al tendine d’Achille;
  • la Sindrome di Lyme;
  • l’artrite e le patologie reumatiche;
  • il sesso femminile, che ha un incidenza maggiore rispetto a quello maschile probabilmente per la tendenza ad indossare scarpe alte con il tacco, strette e con scarso supporto plantare.

I sintomi sono un forte dolore nella zona del tallone, a volte di un piede, ma può presentarsi ad entrambi. Il dolore è più intenso al risveglio e al mattino, mentre si affievolisce durante la giornata; può essere presente anche a riposo ma il contatto con il terreno lo intensifica.

È una condizione patologica molto comune, il dolore può essere sia pulsante che lancinante e, soprattuto al mattino, rende quasi impossibile l’appoggio del tallone con conseguente difficoltà nella deambulazione. Trattare e risolvere i dolori ai talloni è fondamentale perché i piedi sono la base portante del nostro corpo e i principali protagonisti quando siamo in stazione eretta, mentre svolgiamo le innumerevoli attività della vita quotidiana.

A livello anatomico nella parte posteriore del piede troviamo il calcagno che, insieme all’astralago( piccolo osso sottostante l’articolazione della caviglia ), funge da fulcro stabilizzante e di sostegno per il piede e, nello stesso tempo, permette il mantenimento dell’equilibrio attraverso dei  micro movimenti d’assestamento. Per fare un’accurata diagnosi valuteremo tutte le strutture collegate a questa zona, sia dal punto di vista anatomico che neurodinamico e funzionale.

Tuttavia le cause più comuni del dolore al tallone sono la fascite plantare e l’infiammazione al tendine d’Achille. La fascite plantare è un’infiammazione della fascia che avvolge l’arco plantare del piede e che si estende dalla base del tallone alle dita dei piedi; ci sono condizioni predisponenti a questo problema:

  • piedi piatti o, al contrario, troppo arcuati;
  • indossare a lungo calzature a pianta stretta e senza supporto plantare;
  • obesità.

La tendinite d’Achille è l’infiammazione del tendine d’Achille, un tendine grande e robusto che s’inserisce sulla parte postero-superiore del calcagno. La causa di questa infiammazione è di solito lo stress meccanico al quale viene sottoposto il tendine durante delle attività ad alto carico ( corsa o allenamento intenso ) senza avere preparato il tendine al carico con un allenamento adeguato.

Altre cause possono provocare dolore al tallone, per un approfondimento ti invitiamo a leggere l’articolo:

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/dolore-ai-talloni/

Cosa possiamo fare per prevenire il dolore al tallone:

  • indossare calzature con un buon supporto plantare, adatte all’attività fisica da svolgere;
  • caricare correttamente le strutture le piede, preparandolo allo sforzo con degli esercizi mirati;
  • prima dell’allenamento o della camminata riscaldare i muscoli del piede, magari mobilizzando la fascia plantare con una pallina da tennis;
  • allungare i muscoli posteriori del polpaccio dopo l’attività;
  • adottare una dieta sana ed equilibrata per evitare peso eccessivo sulle articolazioni degli arti inferiori;
  • dormire 7/8 ore la notte.

In caso di dolore acuto è necessario ridurre le attività in carico per permettere alle strutture di recuperare, applicare il ghiaccio 3 volte al giorno per 10 minuti e, se il dolore è intenso, assumere anti-infiammatori non steroidei orali ( in questo caso è sempre meglio consultare il medico per frasi indicare quali FANS sono più indicati ).

In studio, dopo la valutazione, gli strumenti che utilizziamo per migliorare questa problematica sono:

  • terapia manuale, per armonizzare il movimento e mobilizzare il piede;
  • tecarterapia, per ridurre l’infiammazione tessutale e favorire il recupero;
  • Taping per sostenere il piede e ridurre lo stress sulle strutture;
  • plantari termoplastici personalizzati per migliorare l’appoggio e sostenere il piede durante il cammino;
  • esercizi terapeutici mirati al recupero del carico e della funzionalità del piede e della attività fisica desiderata;
  • piano d’esercizi da svolgere a domicilio per mantenere il risultato ottenuto insieme.

Il piede è fondamentale per il movimento, prenditene cura insieme a noi.

Studio Fisioterapia e Riabilitazione Bergamo

Sinovite al ginocchio: cos’è e come si cura

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La sinovite è un’infiammazione acuta o cronica della membrana sinoviale ( o sinovia ) che riveste la parte interna del ginocchio.

Ha una sintomatologia caratterizzata da:

  • un aumento della temperatura del ginocchio ( calore ),
  • dolore,
  • ipersensibilità al tatto e allo sfregamento,
  • riduzione dell’articolarità del ginocchio,
  • i sintomi aumentano quando ci si piega sulle ginocchia e durante il cammino.

Le cause possono essere diverse: un trauma diretto sull’articolazione, l’artrosi in stato avanzato o patologie più complesse come le malattie del sistema immunitario ( artrite reumatoide ).

A seconda della causa e del modo in cui appare può essere classificata in due gruppi:

  • sinovite acuta, insorgenza improvvisa,
  • sinovite cronica, con sviluppo più lento.

L’ecografia muscolo scheletrica è, insieme alla valutazione clinica, l’esame diagnostico più indicato.

In alcuni casi è necessario effettuare un prelievo del liquido sinoviale per effettuare un’analisi di laboratorio più precisa.

Il trattamento dipende dalla causa dell’infiammazione della sinovia, per approfondire leggi l’articolo sottostante.

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/sinovite-ginocchio/

Le vertigini cervicali: diagnosi differenziale, sintomi e cura

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Le vertigini cervicali, chiamate anche vertigini cervicogeniche, sono strettamente collegate al movimento del collo e possono essere influenzate dalle posture che assumiamo durante la vita quotidiana.

Generalmente si associano ad una aumentata rigidità del rachide cervicale alto e, spesso, a dolorabilità nella stessa zona; durante la seduta di valutazione possiamo constatare che la mobilizzazione delle articolazioni rigide e dolenti porta ad un miglioramento delle vertigini.

L’esordio in genere non è mai acuto e nella storia di una persona che soffre di vertigine cervicogenica sarà probabile ritrovare episodi di dolore cervicale ricorrenti e, a volte, un trauma cervicale come un colpo di frusta.

La vertigine di tipo vestibolare invece ha un esordio acuto, spesso associata a forte nausea e vomito, e non è influenzata dal trattamento del rachide cervicale.

Anche un problema al sistema vascolare vertebro-basilare può manifestarsi con delle vertigini ma peggiora con la mobilizzazione del rachide cervicale.

Per questo motivo è di fondamentale importanza raccogliere un’anamnesi dettagliata dei sintomi ed eseguire una valutazione approfondita del rachide cervicale per impostare un percorso terapeutico efficace.

Per ulteriori informazioni sulla cura delle vertigini cervicali vi invito a leggere l’articolo sottostante:

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/vertigini-cervicali/

Buona lettura.

Mal di schiena? Esercizi e postura corretta per la lombalgia

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Vi hanno mai detto che flettersi in avanti è un movimento da evitare per la salute della schiena?

Esistono movimenti giusti o sbagliati per la schiena?

E la postura? Quanto una postura corretta può essere garanzia di benessere per il nostro rachide?

Cosa dicono gli studi più recenti in proposito?

Molte convinzioni non aiutano il processo di guarigione in caso di dolore lombare, muoversi con fiducia ed essere attivi sono due degli obiettivi principali del percorso terapeutico.

Ti consiglio di leggere con attenzione l’approfondimento su questi temi proposto nel link sottostante.

 

 

 

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/mal-di-schiena-esercizi-e-postura-corretta-per-la-lombalgia/

L’esercizio terapeutico nel mal di schiena

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Quale trattamento è ritenuto dalle linee guida internazionali il più efficace nel prevenire e risolvere gli episodi di mal di schiena?

Perché è importante fare un’accurata analisi individualizzata dei movimenti del distretto interessato dal dolore?

Che tipo d’esercizio e d’attività sono utili per autogestire il dolore e migliorare la consapevolezza del proprio corpo?

Trovate le risposte a queste e ad altre domande nel link sottostante.

https://www.fisioterapiaitalia.com/blog/esercizio-terapeutico/

L’instabilità cervicale, come riconoscerla.

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Ti riconosci in questa descrizione?

  • Hai timore quando devi muovere il collo;
  • il dolore cervicale è inspiegabile: fai lavori attivi pesanti o attività sportiva e non senti nulla, eppure, a volte, basta uno sbadiglio o fare retromarcia in auto per scatenare forte dolore cervicale;
  • la sera il collo è molto stanco ed hai come la sensazione che si rompa.

Se la risposta è si il tuo problema potrebbe essere l’instabilità cervicale funzionale.

Il sistema stabilizzante
Il sistema stabilizzante cervicale è formato da tre sottosistemi che collaborano tra loro:

  • sottosistema passivo composto dal disco intervertebrale, dall’orientamento delle faccette articolari, dall’integrità della capsula articolare e dei legamenti;
  • sottosistema attivo composto dai muscoli e dai tendini;
  • sottosistema neurale di controllo deputato alla coordinazione dell’attività muscolare da parte del sistema nervoso.

La stabilità funzionale
Per ottenere la stabilità funzionale tutti e tre i sottosistemi devono collaborare in modo ottimale, e lievi deficit di un sottosistema possono essere compensati dagli altri due mantenendo un carico fisiologico nelle strutture cervicali.

Cause dell’instabilità cervicale
I deficit del sottosistema passivo possono essere causati da un trauma, per esempio un incidente in auto, nel quale una struttura legamentosa viene troppo tesa o addirittura lacerata.
Oppure dei microtraumi ripetuti ( attività sportive o lavorative dove c’è molto carico sulla testa ) possono portare ad una generazione articolare con aumento del gioco della stessa articolazione.
Se gli altri due sottosistemi sono in grado di controllare la disposizione delle vertebre una sopra l’altra con un carico fisiologico non compaiono sintomi.

L’insorgenza dei sintomi
Ma se, per esempio, avete avuto un colpo di frusta nel passato e non è stata indagata la stabilità dei legamenti cervicali; potrebbe, a distanza di tempo, presentarsi un quadro clinico d’instabilità cervicale con dolore e difficoltà nel controllo della testa nei movimenti di flesso/estensione dovuto all’inibizione del sottosistema attivo della zona cervicale sottostante divenuta ipomobile.

Screening segni midollari e insufficienza vertebro-basilare
In caso di instabilità cervicale nel segmento C1-C2 è importante valutare la presenza di segni midollari come:

  • incertezza nella deambulazione;
  • tendenza ad inciampare o improvviso cedimento delle ginocchia;
  • atassia;
  • parestesie nelle piante dei piedi che possono irradiare lungo la gamba assumendo la forma di un calzino;
  • perdita di controllo degli sfinteri.

Il trattamento per questo quadro d’instabilità cervicale è l’intervento chirurgico di stabilizzazione vertebrale.
Delle traslazioni anormali nel rachide cervicale medio e/o una rotazione eccessiva nel rachide cervicale alto possono compromettere il flusso nel sistema vertebro- basilare.

Questo a livello clinico si traduce con l’insorgenza dei seguenti sintomi:

  • Disfagia ( disturbi della deglutizione );
  • Diplopia ( vedere doppio );
  • Dizziness ( vertigine );
  • Disartria ( disturbi di pronuncia );
  • Drop attacks ( perdita improvvisa del tono muscolare senza perdita di coscienza ).

L’insorgenza delle 5D di Coman è patognomonica per la presenza d’insufficienza vertebro-basilare.

La vertigine artogena cervicale
L’input propriocettivo, che proviene dal rachide cervicale alto, ha un’influenza importante sul sistema dell’equilibrio.
Da questo ne consegue che alterazioni di questo input possono portare a vertigini. Questa vertigine artrogena cervicale ha le seguenti caratteristiche cliniche:

  • non è una vera vertigine rotatoria, viene descritta come una leggera incertezza nella deambulazione;
  • si presenta singolarmente, senza le 5D di Coman;
  • può essere influenza in modo consistente dai movimenti del collo;
  • se viene eseguito un movimento provocante, la vertigine si presenta senza nessuna latenza;
  • se il movimento provocante viene mantenuto per alcuni secondi l’intensità delle vertigine ha la tendenza a diminuire;
  • la vertigine, se è causata dal rachide cervicale, può migliorare con il trattamento del collo.

Valutazione
La valutazione dell’instabilità cervicale funzionale si compone di diversi momenti, inizia con l’ispezione dove si osservano la posizione della testa e del collo, rispetto alle spalle e rispetto al rachide toracico; poi seguono i movimenti attivi dove si valutano i sintomi, la quantità e, soprattutto la qualità dei movimenti, la capacità di controllare la testa durante tutto l’arco di movimento, in modo particolare durante l’estensione ( guardare verso l’alto ).
Prosegue con la valutazione dei movimenti passivi intervertebrali fisiologici per valutare la mobilità intersegmentale in una direzione di movimento e verificare l’ampiezza di movimento, l’insorgenza dei sintomi, l’insorgenza di uno spasmo protettivo, la resistenza; seguono i test specifici per l’integrità dei legamenti e la valutazione dei movimenti passivi intervertebrali accessori per verificare la congruenza del quadro clinico e definire la presenza d’instabilità in uno o più segmenti del rachide cervicale.
Inoltre valutiamo il controllo muscolare dei flessori profondi del collo attraverso il test graduato della flessione cranio-cervicale e della muscolatura scapolo-toracica tramite il test funzionale del trapezio inferiore.

Trattamento
Il trattamento consisterà, in base alla valutazione, nella mobilizzazione delle articolazioni ipomobili vicine all’articolazione instabile per ridurre lo stress sull’articolazione instabile; una cauta mobilizzazione dell’articolazione instabile dolente in grado di fornire un input non nocicettivo per calmare il dolore.
Di fondamentale importanza saranno gli esercizi per migliorare la stabilità muscolare e il controllo senso-motorio della testa adattati al disturbo funzionale specifico della persona.
Gli esercizi verranno proposti anche a domicilio e durante l’attività lavorativa/ sportiva per ottimizzare il recupero della stabilità muscolare e trasferire il miglioramento clinico nelle attività funzionali della vita quotidiana.